Giovanna e il vino: benvenuti a Pacina

22 novembre 2013

Giovanna Tiezzi è il volto sereno di Pacina. Il sorriso che ti accoglie e che mostra il suo entusiasmo per una vita trascorsa tra i filari, lontana dai riflettori. Lasciamo la parola a lei, perché una vita e un vino li può raccontare con questa emozione solo chi li fa, chi li pensa.

Pacina e le donne: un binomio indissolubile. Raccontaci un po’ della storia dell’azienda, l’importanza della famiglia nella tua attività, in particolare di tuo marito Stefano, e la tradizione “naturale” del vino a Pacina.
“La mia famiglia è a Pacina da cinque generazioni, donne e uomini e storie che si intrecciano. Prima di me sicuramente la protagonista della bottiglia di Pacina è stata la mia mamma Lucia, è grazie a lei che nel 1987 fu prodotta la prima bottiglia di Pacina senza solforosa, il capostipite del vino che io e Stefano facciamo adesso.<< Le prime riunioni di Legambiente si sono tenute nel giardino di Pacina, mio nonno è stato fondatore del movimento >> Lucia, una biologa scrittrice che ha sempre creduto nella forza di questa terra. E’ da lei che ho imparato a lasciarmi andare e a seguire con istinto i ritmi della natura. Prima di me e prima di lei, la mia nonna paterna, Lidia. Le prime bottiglie di Pacina hanno il suo nome, con la fascetta del Chianti Putto.  Il mio babbo Enzo, che purtroppo ora non c’è più, era un ambientalista.
Le prime riunioni della Legambiente si sono tenute nel giardino di Pacina e lui è stato il promotore e cofondatore del movimento. Sono cresciuta in mezzo a intellettuali, scienziati, contadini. È stato facile, da grande, capire che fare agricoltura, fare vino, è in primis rispettare ciò che ci circonda.
Nei primi anni ’90 ho incontrato Stefano, un milanese laureato in agraria arrivato nel Chianti per motivi di lavoro. Ad una cena di vino a Pacina i nostri sguardi si sono incrociati e da quella sera non si sono più lasciati. Stefano è serio, umile, silenzioso, diretto e con lui sia io che Pacina  abbiamo unito l’istinto con la forza della conoscenza.”

Giovanna Tiezzi con il marito Stefano

Giovanna Tiezzi con il marito Stefano

“Pacina ha seguito sicuramente la tradizione, una tradizione che però parla di terra, di uve, di Sangiovese. Il nome Pacina ha origini etrusche, Pachna, Baccus, dio del vino; la vera tradizione è sapere che questo territorio da tanti anni faceva vino e noi possiamo essere un tramite nel rispetto di questa informazione. Informazione che arriva dalla terra. Fare vino è per noi naturale! La logica conseguenza della storia di Pacina e della mia famiglia.”

Il vino naturale oggi: vissuto da fuori (correggimi se sbaglio) sembra essere troppo frammentato. Molte associazioni che lavorano parallelamente, con contrasti a volte duri tra loro. Non sarebbe giunto il momento di trovare un’unità di intenti? E secondo te sarebbe auspicabile anche un protocollo certificabile e condiviso ma burocraticamente snello?
“Oggi il vino naturale , rispetto a quello convenzionale, è un granello di sabbia in un immenso universo. La cosa più difficile e forse inutile è darne una definizione. Per me è sicuramente un vino con le caratteristiche del terroir di provenienza, nessun trattamento chimico di sintesi in campagna e nessun trattamento chimico in cantina. Il vino deve essere la trasformazione, un procedimento naturale, della miglior uva che la vendemmia riesce a esprimere. Insomma deve essere quello che di fatto è il vino.<<il vero problema del mondo del vino è la burocrazia, danneggia soprattutto il consumatore finale>> Non mi interessa molto parlare o discutere delle diverse associazioni. Io faccio parte di VinNatur, mi piace l’aria che si respira e il modo in cui viene gestita l’associazione. C’è spazio per tutti nel rispetto anche delle diversità comportamentali e ideologiche. Il vero problema non deve essere fra di noi ma, soprattutto e per esempio, con la burocrazia del mondo del vino che non permette o obbliga la descrizione in etichetta degli ingredienti utilizzati realmente da un produttore. Se ci fossero chiarezza e trasparenza nella legge, si sarebbe tutti più tutelati, in particolar modo il bevitore finale e non si dovrebbero cercare aggettivi per definire il vino…. naturale.”

La scelta di uscire dal Consorzio Chianti. Parlami delle motivazioni di una scelta difficile ma immagino ponderata.
“Dopo oltre 20 anni di Pacina Chianti Colli Senesi DOCG (più di 40 considerando gli imbottigliamenti effettuati dalla nonna), abbiamo deciso di lasciare la denominazione che porta il nome della nostra zona di produzione.<< quello che facciamo da sempre sembra non andare più bene, e tutto questo in un momento in cui il mercato più evoluto va alla ricerca di genuinità >> Nostro malgrado, perché negli ultimi anni abbiamo riscontrato crescenti problemi con le commissioni di degustazione della DOCG che sembrano non riconoscere più nel nostro vino né le caratteristiche tradizionali ed originali di un Sangiovese Chiantigiano, né il fatto che un vino possa essere stabile anche senza l’uso di alte dosi di solforosa, filtri sterili e quanto altro ormai viene utilizzato a piene mani non solo dagli imbottigliatori industriali.
Con la scusa della stabilità e della nettezza degli aromi si nascondo inoltre tutte quelle pratiche che portano ad imbottigliare vini molto giovani (vantaggi finanziari) e adatti a tutti i tipi di mercato (profumati, morbidi e freschi e dolci nello stesso tempo. E il Sangiovese?). In pratica quello che facciamo de sempre, e che cerchiamo di fare spero sempre meglio, sembra non andare più bene, e tutto questo in un momento in cui il mercato più evoluto cerca genuinità, tipicità e onestà dell’artigiano/produttore!”

Giovanna Tiezzi, Pacina

Sempre più donne oggi emergono con aziende proprie nel mondo del vino (nel tuo caso è una sinergia con Stefano). In cosa secondo te si distinguono rispetto ai colleghi uomini?
“Le donne hanno la forza della pancia, una complessa e antica risorsa che ci permette di fare le minestre con la stessa forza e passione con la quale scriviamo un’ email o potiamo una pianta, o raccogliamo l’uva o cresciamo i nostri figli… poca specializzazione e tanta energia differenziata. Il vino ha bisogno di questo, di complessità e non di specializzazione. Ho sposato un uomo complesso e insieme siamo un tutt’uno in una sinergia nel rispetto delle nostre differenze. Non dirò mai che Pacina è il vino di una donna, ma con Stefano diremo sempre che è il vino della nostra terra.”

Infine, un assaggio dei tuoi vini?

  • “Il Secondo di Pacina 2012, Sangiovese tutto acciaio e cemento, frutto aspro giovane e croccante con la visciola in evidenza. Bocca fresca, gastronomica, gustosa e con qualche spigolo giovanile ancora in evidenza.”
  • “L’ormai “ex Chianti” 2009 è più introverso, terragno, sanguigno, ferroso e con la bocca tannica con acidità e lunghezza in evidenza, caldo e possente come Castelnuovo Berardenga impone.”
  • “Villa Pacina 2011 proviene da due vigne esposte ad Ovest, dalla maturazione lenta e raccolte tardivamente, vinificata solo in cemento e zero solforosa. L’olfatto è quello di Pacina ma con un plus di frutto, balsamico di eucalipto, la bocca quasi masticabile, deflagrante per intensità e concentrazione, alcol importante ma non coprente.”
  • “La divagazione alloctona è affidata al La Malena 2010, Syrah con un 20% di Ciliegiolo che parla una lingua chiantigiana di pepe e terrosità, frutto scuro e freschezza, sorso lungo e succoso, muscoloso ma reattivo e guizzante.”
  • “La Sorpresa 2007, Vin Santo non Vin Santo di Trebbiano e Malvasia, mostruoso per zuccheri residui e l’acidità che rinvigorisce una beva compulsiva e fruttata, con albicocca, datteri, fichi e toni di caffè.”

Per chiudere degnamente un racconto, di passione e vita.

I commenti degli utenti