Vini di Vignaioli: di cosa si è parlato a Fornovo quest’anno

22 novembre 2013

Non amo molto andar per fiere, soprattutto quelle vinicole: sarà che con il passare degli anni sto diventando agorafobico, ma stare accalcato davanti ad un banchetto per assaggiare dei vini (e ancor meno del cibo) non è più nella mia indole. Vini di Vignaioli a Fornovo non è stata in questo senso un’eccezione alla regola, anzi, per tutta la giornata di domenica l’affluenza è stata costante e copiosa, ma è l’atmosfera che ti cambia l’umore, quel senso di cameratismo fra i produttori e con il pubblico, il mettersi in fila insieme con il vassoio alla mensa per mangiare un piatto e fare quattro chiacchiere e, soprattutto, la possibilità di comprare i vini: assaggi e se ti piace acquisti (e quel girar di casse fra i corridoi affollati donava al tutto quel senso di scambio, di passaggio diretto dal produttore al consumatore).

Vini di vignaioli 2013

Ma passiamo al bere. A Fornovo si parla dei cosiddetti “vini naturali” e l’impressione generale è che i toni integralisti, che hanno spesso portato a divisioni interne ed incomprensioni esterne, si siano ammorbiditi: non più naturale è buono, ma buono e naturale. E dallo spontaneismo si è passati alla fase della spontaneità. Definizione perfetta ad esempio per i vini di Crocizia: i fratelli Rizzardi possiedono un ettaro, poco più, di vigna, sopra Langhirano in mezzo a boschi e frutteti. Vini frizzanti, da bottiglia finita in un lampo mentre chiacchieri, affetti prosciutti e salami, mangi qualche tortello. Su tutti la verve della Barbera Otòbbor, la rosea carnalità del Marc’Aurelio da Lambrusco Maestri, la lunga sapidità della Croatina Pasènsja. il paradigma non è più naturale = buono, ma buono e naturale. una prospettiva diversaE per restare in Emilia la piacevole sorpresa di un’Albana secca, minerale, che va giù che è una meraviglia: Dagamo, primo imbottigliamento di un’azienda di cui sentiremo parlare, Al di là del fiume. E ancora, uscendo di regione, i sempre più convincenti verdicchi di Pievalta, il ficcante Dominè 2011 in primis, con la sua ricca florealità all’olfatto e poi l’ingresso fruttato ed una prorompente acidità, amica di un brodetto fanese. Oppure, scendendo al sud, la sorpresa di una Falanghina dell’alto casertano, una leggera macerazione sulla bucce, affinamento in acciaio, a tirar fuori il nitore minerale vulcanico del territorio da cui proviene: parliamo dell’Aorivola 2012 dell’azienda I Cacciagalli. E la spontaneità di questi vini sta anche nel prezzo, perché nessuna delle bottiglie di cui ho parlato supera i 10 euro in enoteca. Dunque vino da stappare, bere: vino che deve tornare a far parte della nostra quotidianità.

Fornovo 2013

Poi a Fornovo c’erano anche l’amatissimo Francis Boulard e i suoi champagne, i vini comunardi di Axel Prüfer dalla Germania dell’Est al Languedoc, con Grenache, Cinsault e Carignan, fruttati e golosi, senza compromessi già nei nomi: Le temps de cerises l’azienda; Avanti Popolo e Brutal Fatal i vini. E sempre dal Languedoc, Fontedicto: quest’anno Bernard Bellahsen, ci ha colpito più che con i suoi storici rossi, Pirouette e Promise, con uno straordinario bianco da vigne di 70 anni impiantate a Terret (vitigno a me sconosciuto, c’è sempre da imparare) con l’aggiunta di un 20% di Clairette: due barrique in tutto di un vino, Clair de Terre 2010 di una personalità unica, da conservare negli anni. E i poi i grandi Sangiovese di Pacina, la Nosiola e i Teroldego della signora italiana del vino, Elisabetta Forador: ce ne sono di storie da raccontare.

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