Vini anticrisi: Falerno Rosso

5 dicembre 2013

Può un Falerno Rosso salvarci dalla crisi? A occhio e croce direi di no, ma in questa landa desolata come un paesaggio post-apocalittico alla Mad Max in seguito alla devastazione provocata dai missili Spread, vogliamo negarci pure un buon vino? Giammai, noi irriducibili del calice roteante e del gomito alzato non possiamo desistere di fronte alle forze oscure (e astemie) del male. Quindi ben vengano vini non banali dal rapporto qualità-prezzo centrato, che non facciano soffrire il portafogli: il Falerno “base” di Felicia Brini corrisponde all’identikit e ha le carte in regola per stupire.

Felicia, Vino

Masseria Felicia

Partiamo dall’azienda: è a Carano di Sessa Aurunca (in provincia di Caserta), alle pendici del Monte Massico, sul lato che guarda verso Formia e Gaeta. La DOC è quella del Falerno, un po’ ingarbugliata a dire il vero, che di tipologie ne prevede tre: Rosso, Primitivo e Bianco. Senza entrare troppo nelle pieghe del Disciplinare di Produzione, basti pensare che il Primitivo, nel versante Sud del Massico, prevede a maggioranza il vitigno omonimo, il Bianco la Falanghina e il Rosso,nel versante Nord, l’ Aglianico. Masseria Felicia produce principalmente Falerno Rosso (con qualche buona incursione sul bianco con l’ Anthologia e la Sinopea) e sono proprio Felicia e papà Alessandro (coadiuvati dall’enologo Vincenzo Mercurio) a curare vini e vigne, mentre l’ ottimo olio è sotto la supervisione di mamma Giuseppina. Il classico esempio di azienda a conduzione familiare, attenta al territorio e all’ambiente. Sembra normale con questi presupposti produrre buoni vini e in effetti è così. A cominciare dal “fratellino minore”, quello magari meno blasonato rispetto ai più conosciuti e premiati Etichetta Bronzo e Ariapetrina, ma che rappresenta per loro un vero e proprio biglietto da visita. Un vino da comprare e da conservare nel tempo, di piacevolezza immediata ma in grado di evolvere ottimamente in bottiglia.

Felicia, Vino

Maria Felicia Brini con il padre Alessandro

L’olfatto è multiforme, mutevole, cangiante: liquirizia, tabacco, alloro, ginepro e pepe nero si schierano compatti alla voce “tutto ciò che un Aglianico (con un 20% di Piedirosso) dovrebbe avere come speziatura”, sono poi la mora e la prugna a far da contorno fruttato ad un sottofondo terroso, vulcanico, viscerale. Al sorso, possente e dinamico, la componente fruttata esprime il suo massimo: ad un ingresso carezzevole e appagante, fa seguito una forte sensazione sapida e un tannino bello rotondo ma presente. Vispo e scattante, anche in bocca il vino ha la stoffa di colui che ha ancora molte cose da dire e che a tavola potrà trovare molteplici compagni di gioco con cui dialogare. Un Filetto alla Wellington vi sembra troppo? Provatelo e non ve ne pentirete: per 10 € in enoteca ne vale la pena.

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