Il gusto di Catania

9 dicembre 2013

A Catania si mangia per strada o a casa, così era e così è rimasto. Per strada perché il catanese gira, si muove, passeggia sempre con qualcosa da spizzicare in mano: uno dei ricordi più vividi della mia infanzia è l’andare alla Pescheria (l’antico mercato del pesce) con mio padre, non perché da piccolo amassi il pesce (le spine, le detestate spine me lo rendevano ostico o lontano, mangiavo solo cozze o lo spada rigorosamente solo quello preparato da mia zia), bensì per il fatto che sapevo che superate le urla e le pozze d’acqua del grande spiazzo dove i venditori proponevano alici, saraghi, sgombri, sarde e via dicendo, avrei salito dieci scaloni e sarei arrivato davanti a un banco di marmo e a un pentolone sobbollente.

Pescheria di Catania

La Pescheria

Dentro a quel pentolone c’era il sangeli, budello di maiale riempito con il sangue dello stesso, bollito e poi, sul candido piano di marmo, tagliato a fette e pronto da gustare. Dolce, speziato, morbido: quanto ne ho mangiato. Così come nei lunghi andirivieni sul lungomare, il cartoccio di mauro, un’alga ispida e croccante, servita nature nella carta paglia, giusto uno spruzzo di limone e una manciata di sale. il ricordo è quello dei lunghi andirivieni sul lungomare con un cartoccio di alghe croccanti servite al naturaleE naturalmente tutta la tavola calda, dall’arancino alla cartocciata, dalla cipollina al paté (ma questa pur essendo la stessa storia, va affrontata in un capitolo a parte). E, dicevo all’inizio, il catanese mangia a casa per il motivo che, da noi più che in tutto il Sud, come cucinano mamme, nonne e zie, non ce n’è per nessuno: anche oggi che tutto questo è meno vero (ammesso che sia mai stato vero del tutto, ma sarebbe un’altra digressione). E dunque se una volta c’erano le putie (osterie), dove solo i maschi andavano più a bere (male) che desinare, ora resiste qualche trattoria, soprattutto nei vecchi quartieri popolari, ma il mercato della ristorazione non si è mai radicato e se dovessi dirvi un posto del cuore non saprei fare un nome.

Catania Mercato

So dirvi però di uno chef, Carlo Sichel, che poi non è nemmeno un cuoco a tempo pieno, visto che di giorno fa altro. Negli anni ’90 aveva un locale tutto suo, Il Carato, dove si è formata una generazione enoica etnea: ogni mio ritorno a casa era segnato da una visita al suo ristorante, la cucina del territorio, felicissima e nitida e delle bottiglie solo lette e mai viste a Catania: un’oasi nel deserto. Poi, credo fosse l’estate 2005, volevo portare un amico foresto a cena, vado per prenotare e trovo le serrande abbassate: avventura finita, più nessuna notizia. Ritorna il nome di Carlo Sichel, chef legato ai sapori tradizionali e capace di rigenerarsi nonostante la difficoltà riscontrate sul suo territorioQuesto fino al 2011, quando nella macchina di un produttore di lambrusco reggiano, mi casca l’occhio sul bigliettino di un ristorante a Catania, e lui mi racconta e mi dice un nome: Carlo Sichel. Ritrovato! Anche l’avventura di quel ristorante è finita, ma ne era cominciata da un anno, un’altra: dico era, perché mentre scrivo, vengo a sapere che anche qui, a conferma di come la piazza etnea sia difficile, le cose non sono andate per il verso giusto. E allora per riassaggiare i sapori di casa dei ravioli di calamari con spuma di ricci, degli spaghetti sminuzzati al brodo di masculine, dell’insalata di baccalà con castagne e melograno, dovrò aspettare, spero non molto.

Il ristorante Il Carato ha riaperto proponendo in carta i piatti che ne hanno consolidato la fama.

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