Giovani produttori di vino siciliani: gli under 40 dell’Etna

9 dicembre 2013

Sono nati dopo il 1974. Fanno vini “vulcanici” e sono nati in zona. Sono etnei, ancora prima che siciliani. Hanno facce belle. Sono Mariangela Cambria, Antonio Benanti e Michele Faro. In comune hanno il lavoro – fanno vino – un anno di nascita posteriore al 1974 e l’abbronzatura da vendemmia. Per il resto, le affinità finiscono qui. Hanno modi differenti di amare i loro pezzi di terra, te lo raccontano in maniera diversa, fanno vini che non si assomigliano. Li ho incontrati nel mio ultimo giro in Sicilia. Con visita al vulcano.

Mariangela Cambria

Mariangela Cambria

A Castiglione di Sicilia, versante nord dell’Etna, c’è una delle aziende più grandi, Cottanera, con un corpo unico di 55 ettari e il fiume Alcantara che scorre non lontano. Mariangela porta avanti il mestiere del padre che non c’è più insieme ai fratelli Francesco ed Emanuele. Lo fa con un misto di orgoglio e di insicurezza. Mariangela Cambria è una giovane donna piena di vitalità, ne ha così tanta che sembra non stare dentro tutta al vino che fa.Mariangela regge il timone dell'azienda del padre con passione e orgoglio Ci sono le sue certezze: l’amore per i due figli e il marito Francesco, la passione per il design, per il cinema e le telefonate alle amiche in difficoltà. Poi, le insicurezze: una certa diffidenza sicula, l’incertezza di non aver fatto del suo meglio, il timore di non essere all’altezza dell’amato padre. Cottanera alla fine degli anni ’90 fu riconosciuta come la via moderna del vino sull’Etna, in un momento in cui l’altro nome di riferimento era Benanti. La famiglia Cambria iniziò dagli alloctoni, portando sulle pendici del vulcano anche la Mondeuse, una varietà della Savoia. Solo in seguito è stato tempo di Nerello Mascalese, l’Etna Rosso che Mariangela difende con le unghie. Sa che il futuro dell’azienda parlerà soprattutto il linguaggio di questo autoctono che nasce in una vigna di 30 anni a Solicchiata. E la vendemmia qui tocca alle donne, alle nipoti di quelle signore che 30 anni fa, prima degli impianti di vigneto, raccoglievano le nocciole.

Vino scelto: Etna Rosso 2009.
Da Nerello Mascalese per il 90 per cento, Nerello Cappuccio per il restante 10 per cento. Bel naso di prugna e frutta nera, legno ancora non del tutto digerito, ma dall’intensa nota ematica; in bocca il corpo ha un interessante potenziale che lascia immaginare una bella evoluzione. Il finale ricorda la mandorla amara.

antonio benanti Benanti

Antonio e Salvino Benanti

Nel nome del padre non è sempre facile lavorare. Soprattutto se si chiama Giuseppe Benanti, industriale farmaceutico, cavaliere del lavoro e membro dell’accademia dei Georgofili. E produttore di vino sull’Etna, il primo a portare le bottiglie del vulcano fuori dall’isola. Antonio Benanti lo sapeva e quindi si è preso tutto il tempo che gli serviva: studi a Ginevra, lavoro a Londra, il mondo della finanza. E infine il ritorno in Viagrande, nell’azienda di famiglia. Deciso, insieme al fratello Salvino, di dedicarsi al vino e a nient’altro. Convinto anche che la Benanti avesse bisogno di una nuova spinta, dopo qualche anno di luce fioca. Una nuova spinta per l'azienda, dai vigneti di uve internazionali alla nuova grafica delle etichetteE allora via i vigneti di uve internazionali, ristrutturazione commerciale, etichette ridisegnate. Una presenza discreta sui social che raccontano dei viaggi di Antonio, ambasciatore di Carricante, Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese. Le uve della “A Muntagna” sparse in 24 ettari su tutti i migliori versanti dell’Etna, dai 400 ai 1000 metri di altezza. Ora ci sono anche 16 ettari a Nave, a 1200 metri, fuori dal limite della Doc. La coltivazione è soprattutto ad alberello, il sistema di impianto classico da queste parti. E’ in pratica l’azienda che offre la più ampia gamma di interpretazioni dei vini vulcanici. In Viagrande c’è un palmento bellissimo del ‘700 e qui, negli anni, sono stati selezionati diversi lieviti autoctoni, alcuni anche brevettati. Se oggi sull’Etna esistono ottime aziende vitivinicole, molto lo si deve alla famiglia Benanti a alle sue ricerche, portate avanti con l’enologo di allora, Salvo Foti. La batteria di vini assaggiati è lunga e complessa. Difficile sceglierne uno solo.

Vino scelto: Il monovitigno. Nerello Cappuccio 2006 Sicilia IGT.
Un vino come una sfida, nato nel 1998, il Nerello Cappuccio è la “spalla” del Mascalese, quello che da’ colore. In purezza tuttavia ha una sua ragguardevole dignità. Da uve coltivate sul versante nord a 700 metri di altezza, su terreni sabbiosi e vulcanici. Il naso è ricco di frutta nera e di corpo, sentori di carne alla brace, ha mineralità ed eleganza e quella morbidezza tannica che manca al mascalese giovane. In bocca speziato, liquirizia, lungo e con finale rotondo.

michele faro pietradolce

Michele Faro

Una vita passata nel verde, quella della famiglia Faro. Oggi, tra i più grandi vivaisti di piante mediterranee in Europa. La loro azienda è un giardino immenso di odori e forme. La signora Carmela – da tutti chiamata Donna Carmela – racconta che tutto è iniziato in un garage con poche piante. Imprenditoria solida a Carrube di Giarre, Catania, con un occhio al mare e l’altro al vulcano. Nel 2005 nasce Pietradolce, il progetto vitivinicolo dei Faro, portato avanti da Michele, grande appassionato di belle bottiglie. Un caos ordinato composto da alberelli centenari, un anfiteatro enologicoI vigneti per i rossi sono a Solicchiata divisi in tre appezzamenti, mentre per il carricante si va ad est, a Milo, la zona del bianco etneo. In tutto un totale di 11 ettari. Si arriva a 900 metri, con una viticoltura quasi di montagna. Non aspettatevi filari pettinati. In contrada Rampante tutto è caos, il disordine sensato degli alberelli vecchi di 100 anni ricorda un bosco nano. La vigna Barbagalli – prefillossera – ha la forma di un anfiteatro e abbraccia le teste arruffate di foglie delle piante di Mascalese e Cappuccio. Giovanissima – solo 5 anni – la vigna di solo Nerello Mascalese, poco lontana. Anche qui impianto ad alberello, ma “moderno”, ovvero con un sesto di impianto più largo che consente il lavoro meccanizzato.

Vino scelto: Vigna Barbagalli Etna Rosso 2010.
Il vino della vigna ad anfiteatro. Sapidità e mineralità decise su un naso di piccoli frutti scuri come more e mirtilli. La bocca vibrante per l’acidità, regala un bel concentrato di erbe mediterranee. Legno ancora non in equilibrio con la beva; una marcatura che tuttavia non penalizza più di tanto un vino vivace e promettente per il futuro.

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