Provato per voi: L’Ambretta a Roma

9 dicembre 2013

C’era una volta un teatro chiuso e riportato poi in vita da un gruppo di artisti, di quelli belli bravi e pure simpatici. Quello che non c’era, invece, era un locus di scambio, un coacervo di cibi, vini, libri, locandine, ombre, personaggi e commistioni. Un posto chiamato L’Ambretta (piazza Giovanni da Triora, 15), un locale che dire polifuzionale pare di fargli torto e a classificare ci metti troppo. cucina e vino, ma anche punto d'incontro polifunzionale tra cibo, libri e cinema Un luogo per curiosare e rilassarsi, a patto che non siate venuti in macchina: in tal caso, è il posto migliore per smaltire il nervosismo da parcheggio, tanto non farete mai in tempo per lo spettacolo. Una rapida sosta nel cortile per godere di una buona birra e dell’ultima sigaretta e poi dentro, in un piccolo dedalo di scalette e piani rialzati tra la sala, il bancone, il privè e altri spazi intermedi. Anche la toilette è scenica a suo modo, ma inutile in caso vogliate truccarvi: la penombra è un vago leit motif che pervade gli ambienti.

L'Ambretta, Roma

Come dice Ligabue, il meglio deve ancora venire: dopo aver piacevolmente esplorato ogni angolo, scivoliamo nei divanetti della sala principale: un centinaio di posti dalle sedute comode e dai tavolini lillipuziani. La cameriera in divisa Ambretta, ci presenta il menu e la carta dei vini, entrambi rilegati con copertina nera rigida e voluminosi come l’ultimo libro di Dan Brown. Grande lavoro di selezione, un campionario di ottimi prodotti italici (e non solo) che spaziano tra affettati, latticini, affumicati, marmellate, sott’oli, dolci e chi più ne ha. A parte, sette-otto piatti del cuoco (non chiamatelo chef quando avete intorno l’ideatore di tutto questo, Valter Casini) e una serie di piatti degustazione, per un totale di oltre cento referenze. A meno di non avere un’oretta a disposizione, l’ideale è farsi consigliare qualche valido abbinamento, giocando con le 150 etichette della cantina dove si può scovare qualche chicca interessante, a patto di ricordarsi che non sempre piccolo è sinonimo di buono. L’idea di classificare i vini per D.o.c.g. rende la scelta avventurosa ma complessa.

L'Ambretta, Roma

In tavola arrivano subito gli stuzzichini di sfoglia, in particolare una buona quiche lorraine e un discreto sformato di carciofi. A seguire giunge la lasagna in bianco agli asparagi. Se prima si intravedeva la costa, ora siamo in alto mare: la consistenza della pasta lascia molto a desiderare, gli asparagi sono surgelati e sfatti, la mozzarella straborda. Senza parlare dei pomodorini decorativi nel piatto che avevano già annoiato negli anni ‘80. Torniamo decisamente in quota con un misto di affettati e formaggi, il punto forte di tutto l’ambaradan; prosciutto di cinta Senese, bresaola, salame felino, pecorino Romano tra le cose che ricordo con viva soddisfazione, servite con gelatina di prosecco, composta di cipolle rosse e gli immancabili pomodorini. L’insieme è ben studiato per variazione e servito con ottimo pane alle noci e di farine miste, peccato che la cameriera ci abbia abbandonati prima di spiegarci i prodotti serviti. In chiusura, ci areniamo su una fetta di torta Pistocchi e un buon caffè, mentre ci godiamo lo struscio dell’Ambretta e l’ottimo sottofondo musicale.

L'Ambretta, Roma

Pochi gastrofissati in giro, mentre noto invece gruppi di amici o coppiette che si immergono in questa sorta di ventre scuro e creativo. Partecipano, chiacchierano, ascoltano, sfogliano. In fondo L’Ambretta è esattamente questo, una parentesi di bien vivre italiano a pochi passi dalla sublimazione del reale in forma teatrale e l’incessante fluire della quotidianità da strada. Un bicchiere di vino o un buon cocktail, un brano inedito, un boccone smorza-fame, un film in proiezione: non resta che mettersi a cercare un maledetto parcheggio nei dintorni, tra le belle stradine di Garbatella.

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