Ristoranti in sciopero nel bolognese: troppe spese

10 dicembre 2013

Non solo protesta dei forconi, anche i ristoratori nella giornata di ieri hanno incrociato le braccia. Da Torino, dove la manifestazione ha portato a tafferugli e lancio di molotov, ci si sposta però a Bologna e provincia. E la protesta è decisamente più pacifica. Diverse le motivazioni: le attività che han deciso di abbassare la saracinesca – ben 26 in tutto il bolognese – lamentano dei costi troppo alti per mantenere i loro ristoranti in vita, tra contributi fiscali sempre in aumento e i colli di bottiglia della burocrazia. I ristoratori lamentano poca attenzione da parte dello stato e un aumento esagerato dei costi per mantenere in vita l'attivitàSiamo stati abbandonati“, sottolineano in coro, dimenticati da uno Stato che sembra non prendersi a cuore una delle realtà più importanti per l’economia tricolore. Una pressione fiscale che raggiunge anche il 70%, costi insostenibili per mantenere i dipendenti, tasse locali alle stelle: sono queste le mani che strangolano la ristorazione emiliana, tanto da impedire di coprire con i guadagni le spese. E, così, nel giro di tre giorni è nata una sorta di movimento, un gruppo di interesse affinché la politica ascolti le esigenze di imprenditori e lavoratori in crisi. “Subiamo una situazione che ci impedisce di restare aperti” spiega lo chef Mario Ferrara del ristorante Scacco Matto di Bologna, “il costo del lavoro è insostenibile e i nostri dipendenti ci costano due volte e mezzo la loro busta paga“. Nessuno vuole però abbassare lo stipendio dei lavoratori della ristorazione, bensì ridurre la tassazione indiscriminata sul costo stesso della manodopera: “I dipendenti abbracciano la scelta d’azione dei ristoratori, perché conoscono benissimo i sacrifici che fanno quotidianamente per tenere aperti gli esercizi“.

La giornata di sciopero – chiamata simbolicamente La Serrata – si è caratterizzata per la sua natura totalmente apartitica, dove addirittura i sindacati di settore non hanno trovato spazio. Il movimento che ne è nato, infatti, non vuole essere una piattaforma per la rivendicazione politica, spesso intrisa di obiettivi che nulla hanno a che vedere con le esigenze di investitori e lavoratori, bensì una segnalazione dal basso. la giornata di sciopero ha evidenziato quanto le spese, attribuite senza tenere conto della realtà locale, stiano zavorrando l'attività dei ristorantiL’ultima spiaggia per farsi ascoltare da amministrazioni considerate sorde. Non è nemmeno una protesta contro la FIPE, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi, bensì una testimonianza diretta delle zavorre che impediscono a un ristorante di spiccare il volo: Tares rincarata del 300%, acconti Ires del 110%, studi di settore del tutto svincolati dai reali guadagni dei ristoranti locali, criteri illogici nella concessioni di prestiti e mutui e molto altro ancora. E non importa quanto ben avviata sia l’attività: anche gli esercizi di successo rischiano la chiusura e non di certo per la mancanza di clienti. Consapevoli di come la crisi economica attraversi tutta la popolazione e non solo la ristorazione, le attività in oggetto non avanzano pretese, sperano solo di essere ascoltate. Anche per evitare il prossimo step dello sciopero, perché “saremo altrimenti costretti a forme di protesta più dure, come sospendere l’emissione degli scontrini fiscali“.

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