Chef Rubio: ecco come vi cucino il terzo tempo

17 dicembre 2013

Ha rilanciato lo street food e, dopo il successone estivo (con un titolo che, diciamolo, all’inizio ci ha fatto arricciare il naso), tornerà nella primavera 2014 per la seconda serie di Unti e Bisunti, sempre su D Max.Dal 22 dicembre chef Rubio sarà inflessibile trainer sui campi da Rugby per Il Cacciatore di tifosi Intanto da 22 dicembre lo vedremo sullo stesso canale nei panni di inflessibile trainer con la mission impossible (ma non per lui) di far innamorare del rugby gli italiani nel programma Il Cacciatore di tifosi. Come superare il dualismo Rubio-Rugby/Rubio-chef? Semplice: dopo ogni partita, nel Terzo tempo, Rubio, al secolo Gabriele Rubini, in attesa di Unti e Bisunti 2, ridiventerà Chef Rubio e preparerà pranzi e cene che metteranno tutti d’accordo, fra aneddoti sui campioni più famosi e narrazioni epiche delle partite. D’altronde che non fosse uno chef come gli altri l’avevamo capito da un po’: saranno i tatuaggi o il baffo hipster.

RUGBIO

Com’è il tuo rapporto con il cibo? Di pancia o più mentale?
“E’ un perfetto equilibrio fra le due parti. Appena ci si siede a tavola parla la pancia, poi, placata la furia, ci si calma e si ragiona su quello che si sta gustando”.

Tu sei diventato l’alfiere dello street food: pensi che ci sia una contrapposizione tra questo e l’alta ristorazione italiana o sono due facce della stessa medaglia?
“Fino ad adesso si è preferito che le due cose restassero distinte , ma non ovvio, né giusto: si può fare alta cucina a livello di street food con studio, continua ricerca e voglia di mantenere vivo il concetto di cibo di strada. Per me alta cucina può essere anche un cibo servito nel cartoccio, non solo cibo servito in un piatto di porcellana”.

Unti e Bisunti 2: la serie sarà dedicata alle regioni del Nord e alle zone non toccate nella prima serie. Ma esiste lo street food nel Nord Italia?
“Sì, al Nord semplicemente cambiano i luoghi dove si sviluppa e consuma la cucina di strada. Essendoci temperature diverse, lo street food si sviluppa all’interno di ambienti come, ad esempio, la baita, ma il concetto rimane lo stesso”.

Da giocatore di rugby a chef diplomato all’Alma di Gualtiero Marchesi: qual è stato il tuo percorso?
“A chi mi chiede se il rugby mi manca rispondo sempre che ho dato talmente tanto al rugby e il rugby mi ha dato talmente tanto che va bene così”. Sbuffa un po’ e poi: “E’ che dopo un po’ mi stufo delle cose e anche a causa degli infortuni subiti ho lasciato ciò che nel corso degli anni mi era servito in primis per strutturarmi caratterialmente e fisicamente. Dopo aver giocato nella Nazionale Under 21, conscio del fatto che non avrei potuto fare di più, ho così switchato sull’altra mia grande passione: la cucina, e si è trattato di un cambiamento semplicissimo, del tutto spontaneo”.

Qual è il cibo che hai avuto più difficoltà a mangiare?
“Nella seconda serie c’è qualcosa che per la prima volta mi ha messo in difficoltà: lo scoprirete guardandola, non vi dico altro”.

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