Lettera a Babbo Natale, edizione culinaria

23 dicembre 2013

Caro Babbo Natale,
eccomi qui come ogni anno, e ormai diventan tanti, a scriverti la mia letterina di buone intenzioni e speranze per il Natale e per l’anno che verrà: come ben sai non ti chiedo quasi mai regali o doni, ma esprimo desideri che spero vengano, anche in parte esauditi. Naturalmente (mi hanno sempre detto così) prima di chiedere bisogna promettere di essere più buoni. Ebbene prometto di essere più buono con il mio fegato, che ho, come ogni anno d’altronde, duramente maltrattato: dunque bere e mangiare un po’ meno, ma sperabilmente meglio. E passiamo ai desideri, almeno a quelli gastronomici, perché questa letterina parte da un nuovo luogo telematico chiamato Agrodolce, che di questo si occupa.
E dunque spero che:

  • il biologico possa essere la base del futuro della nostra alimentazione e magari, a questo scopo, si metta mano a una legislazione che dia garanzie al consumatore, in modo che non finisca tutto fagocitato da marchi e mercato, a spese di chi il biologico lo fa veramente, con tutti i rischi economici che comporta;
  • si riesca a superare la retorica del km zero (se il km20 è meglio, evviva) e anche da quella aprioristica del naturale è buono: casomai buono e naturale;
  • lungi dall’essere un nemico della tecnica in cucina, anzi, spero si faccia un uso parsimonioso della lunghe cotture a bassa temperatura, dei sottovuoti et similia: non fa piacere a nessuno mangiare dei cibi spesso lessati e inconsistenti. Il cibo poi bisogna farlo rivivere, c’è voglia di croste e callosità;
  • mi convinciate, signori chef di tutto il mondo, che tutto quello che riguarda la famiglia delle rape e radici affini sia indispensabile alla cucina contemporanea. Qualcuno, dopo un traumatico pranzo da Alain Passard a L’Arpège, sta provando con buoni esiti a farmi cambiare idea;
  • soprattutto a Roma, dove vivo, apra qualche ristorante, trattoria, bistrot davvero valido, oltre a quella miriade di locali grandi e piccoli dove puoi fare tutto dalla colazione al cocktail della staffa, ma che spesso non valgono la pena di una visita;
  • non aprano ulteriori hamburgherie, e come diavolo si chiamano, che hanno invaso vetrine e spazi delle grandi città, a prezzi spesso discutibili: siamo in Italia, per diamine, mica ad Austin o Seattle;
  • prosegua la rinascita felice e vivace del bere miscelato, rinchiuso per anni solo nei salotti dei grandi alberghi e ora finalmente diffuso in locali adeguati e specializzati: c’è tanto da bere;
  • possa andare a visitare, appena apriranno, i nuovi ristoranti di Matteo Baronetto a Torino, di Paolo Lopriore a Como e dintorni, di David Toutain a Parigi la nuova casa di Gualtiero Marchesi ad Agrate Conturbia. Spero magari di tornare, dopo tanto tempo, nei Paesi Baschi (ah, l’amato chef Andoni Luis Aduriz del ristorante Mugaritz e il grande Josean Martinez Alija del Nerua di Bilbao), ma anche andare in giro per la provincia italiana a (ri)scoprire nuovi e vecchi talenti. Questi più che desideri prendono la forma di regali e dunque se vorrai portarmi qualche euro giù per il camino te ne sarò grato.

Ah, un’ultima cosa, Babbo: magari a questo punto per l’anno prossimo, non è che potresti porre un argine alla marea montante di panettoni che ci sta invadendo? Lo dico anche per te, che credo non ti ci raccapezzi più.

Rispettosamente tuo,
Alfonso Isinelli

P.S: E Buone Feste a tutti voi, cari lettori.

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