I fratelli Bava: Crosby, Stills e Nash dell’enologia

22 gennaio 2014

“Quando il vino entra, esce la verità” (cit. Benjamin Franklin). Amo da sempre il Piemonte e Torino è stata casa mia per più di cinque anni. Mi ritagliavo del tempo, tra un concerto e un altro, per esplorarne le campagne e le vallate. Una regione dalla fortissima personalità gastronomica e vignaiola come questa non poteva certo sfuggire alla mia curiosità godereccia. La patria di Slow Food e la casa del suo fondatore Carlin Petrini sono tuttora una meta obbligata nei miei duecentomila chilometri l’anno percorsi su e giù per la penisola. La bagna cauda, i plìn, il tartufo di Alba, i formaggi come il Bra, il Tomino di Talucco o il Castelmagno, i dolci come il Bonet e il Gianduiotto e poi i vini: barolo, nebbiolo, barbaresco, grignolino, barbera e il dolcetto delle Langhe; tutti prodotti di eccellenza conosciuti nel mondo, tutti provenienti da questa terra meravigliosa.

Storico vermouth di Torino Cocchi

Confesso ad Agrodolce, che ormai è diventata la mia voce ufficiale sul cibo, che la mia vera ossessione piemontese è il vermouth. In particolare lo Storico Vermouth di Torino dell’azienda Giulio Cocchi. Sì, mi piace sorseggiare questo elisir di moscato ed erbe aromatizzanti e amaricanti con un paio di cubetti di ghiaccio e una scorzetta d’arancia mentre chiacchiero con gli amici o mi guardo un bel film. Un vezzo un po’ d’antan forse ma sono un nostalgico, un amante di quegli anni di swing e club fumosi con donne vestite di piume e uomini con il papillon.

Cocchi

La ricetta originale è del 1891 e prevede l’uso di china, rabarbaro, zucchero imbiondito sul fuoco, artemisia e agrumi, l’infusione di alcuni legni nobili e balsamici arricchisce ulteriormente questa meraviglia da bere di note preziose e vibranti. Insomma, avrete capito che ne sono un vero patito. Un giorno di non molto tempo fa mi sono messo in macchina e ho deciso, come un moderno Indiana Jones, di andare a cercare il luogo di origine e di produzione di questo vermouth. Sono arrivato fino ad Asti e da lì su per un paesino arroccato sulle colline del Monferrato astigiano, Cocconato.

Uve azienda Bava

Uva dell’azienda vinicola Bava

Ho scoperto che dagli anni settanta la proprietà della storica azienda è della famiglia Bava che coltiva vigne fin dal 1600 e che nel 1911 costruì la sua prima cantina. Ho scoperto anche che la famiglia Bava è da sempre un vero e proprio nugolo di intelligenze eterogenee e sopraffini. Leggere per credere: Giulio Bava, il capostipite, nasce nel 1909 e da subito capisce che bisogna modernizzare l’azienda. Salva le vigne dalla fillossera e insegna ad altri agricoltori come difendersi dal pericolosissimo insetto, gira sempre con la sua moto e crea una rete di clienti che sono ancora oggi fedelissimi alla famiglia: “Mio nonno ha portato la compagnia dai cavalli al computer” mi dice Roberto, il maggiore dei tre fratelli che oggi guidano le cantine Bava. Il figlio di Giulio, Piero, nasce nel 1933 ed è ancora oggi il presidente dell’azienda. A 27 anni diventa il più giovane sindaco della storia d’Italia ed è rispettato da tutti per la sua fortissima conoscenza del vino e per la sua condotta di massimo rispetto per i lavoranti e per la terra, etica che ancora oggi contraddistingue l’azienda.

Roberto Bava

Roberto Bava

Piero ha tre figli: Roberto, Giulio e Paolo, i veri Crosby, Stills e Nash dell’enologia,  tre fratelli che oggi, attraversando cambi di epoca e diverse configurazioni aziendali, oltre a portare avanti il lavoro cominciato dal nonno e dal padre, se possibile lo stanno migliorando. Roberto Bava si autodefinisce un fun manager e posso assicurarvi che lo è davvero. Responsabile del settore marketing e dell’esportazione, Roberto è una vera e propria fucina di idee innovative e votate all’eccellenza. Memorabili sono le sue cene ideate e strutturate con alcuni tra i miglior chef del mondo: i vini dell’azienda vengono abbinati volta per volta a piatti unici che seguono un fil rouge caratterizzante e spesso piacevolmente spiazzante. Questi eventi non si ripetono, sono delle one shot night di altissimo livello che portano pregio italiano in giro per il mondo.

Giulio Bava

Giulio, il secondogenito, si occupa del commercio italiano ed è presidente del Consorzio dell’Altalanga DOCG; un grande esperto di vino e un uomo di poche parole e grandi contenuti. Paolo, il più piccolo dei fratelli, è quello che si sporca le mani di terra: si occupa direttamente delle vigne. I vini dei fratelli Bava sono espressione totale non solo del territorio, ma anche delle loro anime diverse eppure palesemente compenetrate. Pochi fronzoli, gusti decisi, etichette minimali e moltissima qualità. I tre fratelli Bava gestiscono diversi aspetti dell'azienda, dal commerciale al marketing, alla produzione vera e propria Vini da bere certo, ma prima di tutto da esperire, perché raccontano una storia centenaria di orgoglio, sacrificio e volontà. Vini che non sarebbero così speciali se dietro non ci fossero loro, tutti i musicisti di questa preziosa orchestra. Ha scritto David Crosby: “Tutti e tre eravamo dei ragazzi di talento, ma solo noi sapevamo che quella combinazione era in qualche modo benedetta. Noi tre avevamo voci differenti. Avevamo accenti differenti. Avevamo attitudini differenti. La cosa, però, che successe quando mettemmo insieme le nostre voci fu sorprendente. Come cominciammo a cantare, sapevamo di essere in qualcosa di nuovo, in una splendida terra incognita. C’era qualcosa di magico lì”. Queste parole si sposano perfettamente con l’operato dei nostri tre country boys dell’Alta Langa, tre figure diverse ma nello stesso tempo altamente inscindibili, capaci di produrre vini che nascono nel massimo rispetto della natura, dalla decisione di lasciar crescere l’erba tra i filari per prevenire l’erosione del terreno al riutilizzo delle acque piovane per irrigare.

Paolo Bava

Paolo Bava

I Bava non si fermano solo a plasmare l’uva, ma hanno attivato da tempo una sorta di laboratorio artistico all’interno della loro azienda realizzando concerti in abbinamento a ogni bottiglia, cene gastrofoniche con chef iperstellati e non per ultimo dischi di elevata fattura: mi piace citare tra le loro pubblicazioni l’album del bravo collega trombettista Alberto Mandarini intitolato Totocorde che in latino significa con tutto il cuore, di tutto cuore. Insomma la storia e il futuro che camminano fianco a fianco in totale armonia, un paradiso di intrecci, di quelli che vengono creati all’improvviso come una formula magica. Tre talenti, tanti vini e una gran voglia di produrre sempre cose nuove ed emozionanti. “I’m not waiting for times to change, I want to live like a free-roamin’ soul”, cantava Neil Young con i favolosi Crosby Stills e Nash nel loro capolavoro Looking forward. Quel Neil Young che diventiamo noi a ogni sorso dei loro leggendari vini. La rivoluzione è tutta qui.

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