In 112.000 per Emmanuel Giboulot che rifiutò i pesticidi

26 febbraio 2014

Per Emmanuel Giboulot è arrivato il momento della verità. Forse non tutti lo ricorderanno, ma qualche mese fa il viticoltore biodinamico francese è salito agli onori della cronaca per essersi rifiutato di utilizzare un pesticida obbligatorio sulle proprie vigne. su emmanuel giboulot, viticoltore biodinamico, è in corso un vero dibattito internazionale Ne è nata quindi una denuncia, una petizione che ha raccolto centinaia di migliaia di firme e il rischio di condanna a 7 mesi di carcere e 30.000 euro di multa. Questa settimana giunge notizia della prima fase dibattimentale, la cui sentenza è prevista per il prossimo 7 aprile, con una richiesta di multa di 1.000 euro presentata dall’accusa alla corte di Dijon. Lo spauracchio della maxi-condanna si allontana, quindi, ma il battibecco non si placa su media e social network. E mentre l’armata dei consumatori bio urla a gran voce “Innocente senza se e senza ma”, per gli esperti serve invece massima cautela. Perché questa storia è così importante per la produzione del vino e da dove deriva tutta questa eco internazionale? Cerchiamo di capirne di più.

I fatti

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Emmanuel Giboulot, viticoltore cinquantaduenne, possiede 10 ettari di vigne sulla Côte de Beaune e sulla Haute Côte de Nuits della Borgogna, dove produce Pinot Nero e Chardonnay. Nel 2011 la zona è stata colpita dalla presenza dello Scaphoideus titanus, l’insetto vettore di un fitoplasma altamente devastante per le vigne, responsabile della flavescenza dorata. la flavescenza dorata è così chiamata per la colorazione che assumono le foglie, poi destinate ad appassire Così chiamata per la tipica colorazione giallastra che assumono le foglie, la patologia si caratterizza per il blocco dei cicli di linfa elaborata della pianta, che lentamente muta le sue attività fisiologiche fino ad appassire. In considerazione dell’elevato potenziale infettante dell’insetto, chiamato comunemente cicalina, e del possibile impatto economico sulle colture locali, la prefettura e le amministrazioni locali della Borgogna hanno quindi ordinato la somministrazione di pesticidi su tutte le vigne della zona, come misura cautelativa all’esplosione dell’epidemia. E per i molti agricoltori biologici locali non vi è stata scelta: i pesticidi classici oppure il Pyrévert, un antiparassitario del tutto compatibile con le certificazioni bio. A differenza dei colleghi, però, Giboulot si è opposto: non solo perché convinto di poter contenere l’insetto con metodi biologici quali l’introduzione di specie cacciatrici, ma anche perché il Pyrévert non distingue la tipologia di insetto colpito, uccidendo anche varietà del tutto utili alle coltivazioni. E così l’uomo è finito sotto processo, perché la lotta alla flavescenza dorata è obbligatoria in molti paesi dell’Unione Europea – Francia e Italia incluse. E sui social network sono già partite le petizioni per salvare il viticoltore.

Cosa dice la legge

La flavescenza dorata è una patologia regolamentata in quasi tutta Europa, proprio perché deriva per la gran parte da insetti vettore che ne causano la rapidissima diffusione. In Italia, ad esempio, per le infezioni è prevista la quarantena e la lotta obbligatoria ai parassiti secondo il decreto ministeriale 32442 del 31 maggio 2000, con la denuncia dei viticoltori in caso di rifiuto per violazione dell’articolo 500 del Codice Penale. Le pene vanno dagli uno ai cinque anni di carcere, a cui si aggiungono multe da 103 a 2.075 euro se la diffusione della malattia è per colpa. La situazione francese non è dissimile: così come sottolinea la Direction Régionale de l’Alimentation, de l’Agriculture et de la Forêt (Draaf), per la flavescenza dorata vi è il trattamento obbligato a cui non ci si può opporre, pena multe salatissime e carcere. La disciplina è regolamentata da due decreti ministeriali – quello del 17/04/1987 e dello 01/04/1994 – che delegano alle amministrazioni locali e alle prefetture di stabilire di anno in anno le procedure obbligatorie, dopo aver monitorato il territorio e stabilito i confini dell’infezione. Per l’agricoltura biologica e biodinamica vi è una sola sostanza ammessa, il già citato Pyrévert, un piretroide di sintesi analogo a quelli naturali estratti dal piretro della Dalmazia, un fiore molto simile alla margherita.

Tra media e scienza, chi ha ragione?

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Sarà forse per l’esemplarità della pena, sarà forse perché il consumatore associa alla parola biologico quell’immagine di natura protetta e incontaminata che ormai rimane solo nei racconti degli anziani, ma la vicenda del viticoltore francese ha fatto esplodere il caos mediatico, con prese di posizione anche particolarmente forti. La pagina Facebook a lui dedicata, ad esempio, conta 112.000 fan e commenti al fulmicotone contro l’Institut de Protection de la Santé Naturelle, il Ministero dell’Agricoltura e la prefettura locale. L’opinione pubblica non ha dubbi, Giboulot è innocente, e così sembrano ritenere le tante testate consumer dedicate al vino. Ma c’è ovviamente il rovescio della medaglia: non sono dello stesso avviso le istituzioni preposte al controllo della viticoltura, che sostengono come il pubblico non si renda conto della gravità della flavescenza dorata. Bisogna scegliere il male minore, in altre parole, per evitare di contagiare tutti. E mentre i viticoltori locali rispondono con una certa reticenza sull’argomento, come se l’intera vicenda avesse loro provocato insopportabili fastidi, è normale chiedersi: è così facile schierarsi?

Agricolture biologique

Si parta da un semplice presupposto: così come dicevano i latini, dura lex sed lex, la legge è dura ma è sempre legge. Alla violazione di una norma, perciò, è normale corrisponda l’azione dell’autorità giudiziaria, indipendentemente da quel che ritenga sia giusto l’opinione pubblica. In questo senso, sebbene in Francia non vi sia obbligatorietà dell’azione penale, non deve stupire la denuncia subita da Giboulot. Quel che si può indagare, però, è se la legge sia davvero in grado di recepire l’esperienza degli agricoltori, così come la necessità di un intervento. La testata Liberation ha voluto tentare di dare una risposta volando sul posto, dove però si è scontrata con lo scarso desiderio di commento da pare dei viticoltori locali. le posizioni sull'argomento sono diverse, ma nessuno vuole condannare l'uomo, perché la sua azione, per quanto pericolosa, non ha avuto conseguenze sulle colture Fra i tanti Jean-Pierre Charlot, un produttore di Volnay, spiega: “Non ho usato pesticidi per otto anni, ma l’anno scorso l’ho dovuto fare a malincuore. La scelta di Giboulot è personale”. Per tutta risposta, l’accusato tiene a precisare come “non vi sono stati casi di flavescenza dorata da più di un anno” e come “sebbene sia di origine vegetale, il Pyrevert rompe la nozione di equilibrio biologico. Se si può evitare di irrorare, lo si deve fare”. Nel mancato accordo dei viticoltori, allora, si deve scendere a un livello d’analisi più profondo: la discrezionalità del singolo ha senso per un problema che può causare un danno collettivo? Cosa sarebbe successo se dai vigneti del viticoltore bio fosse sorta un’epidemia tale da mettere a repentaglio l’economia locale? La risposta la fornisce Henri Cauvard, presidente dell’Organismo di Difesa e Gestione della Mediazione di Baune: “Una vigna è anche un bene collettivo, una persona sola non può decidere se trattare o meno. Se un appezzamento è infetto rischia di infettare tutti”. E dello stesso avviso è anche il Service d’écodéveloppement agrobiologique et rural de Bourgogne (Sedarb), che non difende la scelta di Giboulot. Sono tutti d’accordo, però, nel non voler condannare l’uomo, perché comunque la sua azione – per quanto rischiosa, non ha avuto conseguenze sulle colture. Anche se c’è chi, come il rappresentanti dei produttori locali Claude Chevalier, si lamenta per la cattiva pubblicità ricevuta: “non possiamo tollerare le falsità dette su quello che viene fatto in Borgogna. In Borgogna non inquiniamo. Giboulot non è l’unica persona che qui difende la natura”.

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