Fish & chips in salsa romana: Porto

7 aprile 2014

Se hai una tradizione e una ricchezza gastronomica come quelle che vanta l’Italia, non si sente troppo il bisogno di importare piatti dalle cucine degli altri paesi. l'atmosfera ricorda quelle taverne delle zone portuali di Bristol dedicate a pesce fritto e patatine Questo assunto spesso vale quando ci si riferisce a un paese come il Regno Unito, nazione da cui poter pescare parecchio in fatto di musica, di tendenze e di trasporti pubblici, forse meno dalla cucina. Fra i piatti interessanti, oltre al roast beef e alle ricche colazioni all’inglese, c’è anche il fish and chips: un piatto già affermato nelle città costiere inglesi fin dal diciannovesimo secolo, poi arrivato a Londra intorno al 1860, anno in cui nasce il primo negozio dedicato a pesce fritto e patatine in riva al Tamigi. Oggi undicimila locali servono oltre 250 milioni di porzioni all’anno di quello che è diventato il cibo di strada per eccellenza del Regno Unito. Dal Tamigi al Tevere il passo non è breve, ma la recente apertura a Roma di Porto Fish & Chips ci ha fatto accendere la lampadina, e così abbiamo varcato la porta al numero 56 di via Crescenzio, per ritrovarci catapultati in una di quelle taverne così frequenti nelle zone portuali di Marsiglia o di Bristol.

Porto fish and chips

È una sera tranquilla, i tavoli sono occupati per metà, ma non sono ancora le 20.30, il personale è rilassato e la cucina non è ancora sotto pressione. Mi siedo e ordino semplicemente fish and chips e una birra rossa. Niente di più, niente di meno. l'impressione è che il piatto non sia stato preparato espresso e i difetti si notano Nel giro di pochi minuti, forse addirittura troppo pochi, arriva il mio piatto. Un filettone di pesce adagiato su carta paglia, patatine fritte sbucciate grossolanamente, una ciotolina con una salsa agrodolce e una manciata di insalata mista: una presentazione basic (in effetti anche l’originale britannico è quasi sempre servito in cartocci) con cui andare direttamente al sodo. Da qui in poi qualcosa non mi ha del tutto convinto: il filetto è molto unto, tanto che alla fine la carta è completamente intrisa d’olio. Il pesce non è compatto come dovrebbe, se lo mangiassi con le mani si frantumerebbe; la panatura si stacca e ho quasi l’impressione (data anche la temperatura) che il pesce sia stato preparato in anticipo, così come le patatine non esattamente croccanti: un fatto insolito per una cucina non ancora sommersa dalle comande.

Porto, Roma

Potrei sbagliare. Ma se davvero così fosse sarebbe un errore grave per motivi commerciali, dato che piatti del genere, soprattutto i fritti, devono essere preparati espressi. A maggior ragione se si tratta del piatto che dà nome al locale. Però potrebbe essere un peccato veniale se commesso da un cameriere o da un addetto di cucina che magari ha voluto riparare a un suo errore precedente. Qualsiasi sia l’ipotesi giusta, ritengo che sia auspicabile un maggiore controllo dei piatti in uscita. Tornerò comunque sul luogo del delitto, magari all’ora di pranzo in cui è possibile ordinare dal menu o approfittare di un buffet al costo fisso di 9 euro, compreso di acqua. Per la cronaca il costo della mia cena è stato di 13 euro per piatto e una Moretti rossa 0,2: un prezzo contenuto, soprattutto se la qualità si rivelasse quella che, sono convinto, sia nelle corde del locale. Una seconda chance non si nega a nessuno.

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