Agli italiani non piacciono le trattorie

12 maggio 2014

Giro per il centro di Roma in una giornata primaverile meravigliosa, di quelle che ti invogliano alle passeggiate. Intorno all’ora di pranzo arrivo all’isola Tiberina e mi sovviene alla mente un posto dove manco da molto tempo: Sora Lella. la sora lella passa spesso per ristorante turistico ma in realtà è una bella e solida trattoria Un ristorante che, sia per la collocazione che per la storia familiare, si porta dietro l’etichetta di locale turistico e caro. Io ne avevo un altro ricordo (positivo) e decido di fermarmi a pranzo. Nulla è cambiato: si mangia bene, a partire dall’assaggio di una vigorosa pasta e broccoli con il brodo d’arzilla, per proseguire con dei ricchi supplì, una tagliatella con il ragù di animelle in bianco che odorava di mattatoio, una trippa a cui, invero, mancava un filo di mordente, un gelato cacio e pepe che, pregevolmente, si fa mangiare per intero senza la necessità di abbinarlo a un cibo. Insomma una bella e solida trattoria, gestita dalla terza generazione della famiglia Trabalza (i nipoti della mitica sora Lella), dove forse nessun singolo piatto è il migliore in un ipotetico campionato delle trattorie, ma la somma non ha molti eguali nel panorama capitolino. Il contrario del locale per turisti e nemmeno da inserire nella categoria relativa ai ristoranti costosi: un pranzo completo ruota intorno ai 50 euro.

Sora Lella

Chi sono quindi gli avventori di un ristorante come questo, cosa chiedono, sono interessati all’offerta? La domanda mi è sorta guardandomi intorno, dando un’occhiata alla clientela che affollava la sala a pranzo di Venerdì Santo: i clienti non sono interessati al cibo: c'è chi mangia distratto le tagliatelle, chi distrugge un supplì con coltello e forchetta tanti stranieri, qualche italiano diviso tra turisti e pranzi di lavoro, e una sensazione di quasi assoluta indifferenza per quello che languiva nel piatto. C’era chi rigirava, distrattamente e a lungo, un piatto di tagliatelle con la vignarola, provocando la moderata rimostranza del cameriere: “Ma così si freddano e non saranno più buone”, naturalmente accolta con lo stesso vago interesse. Un gruppo di avventori tagliava il supplì con forchetta e coltello, creando l’effetto pappa di riso sul piatto. Una signora che non ordinava la coda alla vaccinara perché “tanto io la faccio sicuramente meglio“. Un solo gruppo di commensali chiedeva, si informava, pareva apprezzare quello che ordinava. E d’altronde qualche tempo prima mi era capitato (in un’altra trattoria) di vedere al tavolo accanto due piatti di spaghetti alla gricia spogliati meticolosamente di tutto il guanciale.

Sora Lella

simone trabalza (a sinistra) col padre aldo

E allora mi chiedo quale sia il livello di fruizione delle trattorie del cliente italiano medio, nonostante la valanga mediatica di cucina che gli piove addosso quotidianamente? A me pare molto basso. E sarà vero che uno dei principali motivi (forse il principale, dicono) per il quale i turisti vengono in Italia sia il cibo? Generalizzo naturalmente (e Roma, come tutte le città a grande impatto turistico, vive più il problema che la città di provincia) ma pare che la motivazione non sia quella, infatti vivono alla grande mangiatoie da menu turistico a 20 euro tutto incluso. E chi prova a fare il suo lavoro al meglio è spesso scorato, come ho avuto modo di capire facendo due chiacchiere con Simone Trabalza che gestisce la sala di Sora Lella. È solo una mia impressione? Esagero? Ditemi voi, cari lettori.

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