Il caso Italiani Vs Garofalo: intervista al direttore commerciale

6 giugno 2014

A Gragnano in molti si ricordando di quando, negli anni ’90, la famiglia Menna rilevò il glorioso Pastificio Lucio Garofalo. “Sono arrivati gli stranieri” dicevano perplessi gli anziani del paese: arrivavano da Salerno e tanto bastava per etichettarli e guardarli con sospetto. la spagnola ebro foods ha acquistato il 52% di Garofalo Spa: cosa cambierà? Lo abbiamo chiesto a Emidio Mansi A vent’anni di distanza la storia si ripete, anche se su scala completamente diversa: ieri infatti è arrivata la conferma che la multinazionale spagnola Ebro Foods – colosso dell’agroalimentare che in Italia ha già fatto shopping nel settore rilevando la Mundi Riso di Vercelli e il 25% di Riso Scotti – ha staccato un assegno da 62,5 milioni di euro per acquistare il 52% di Garofalo Spa. “È motivo di orgoglio per tutti noi perché ci dà la possibilità di consolidare il successo della nostra pasta nel mondo” ha commentato soddisfatto Massimo Menna, Amministratore Delegato del Pastificio. Un accordo preliminare che però ha sollevato reazioni contrastanti sul web, dove piovono in queste ore opinioni diverse, tra lo sciovinismo spinto e la perplessità per un altro pezzo di fatto in Italia che finisce in mano estere. Emidio Mansi, Direttore commerciale Italia di Pastificio Garofalo, spiega invece ad Agrodolce perché da quest’operazione rischia di beneficiarne tutto il Made in Italy.

Emidio Mansi

Emidio Mansi

Mansi, andiamo subito al dunque: il Pastificio Garofalo continuerà a parlare italiano sì o no?
Io non parlo spagnolo, non sono preparato, anche se ci sono delle similitudini con il napoletano. Ironia a parte, l’azienda continuerà a parlare italiano: nel consiglio di amministrazione siederanno gli spagnoli di Ebro, ma la parte operativa resta inalterata“.

Vi accusano di tradimento: il commento più ricorrente sulla vostra pagina Facebook è “Cambio pasta, dobbiamo aiutare le aziende italiane”.
La gente sente il marchio come qualcosa che gli appartiene e a noi questa reazione di pancia fa piacere. Ma voglio ripetere quello che Massimo Menna ci ha detto annunciandoci quest’operazione: l’azienda è come un figlio, vorremmo che rimanesse sempre bambino ma quando cresce, dobbiamo lasciarlo andare e dargli modo di camminare da solo anche se noi saremo sempre lì al suo fianco. È un grande atto d’amore“.

Lettura edulcorata a parte, quest’operazione non rischia di avere un contraccolpo d’immagine difficile da gestire?
Oggi le rispondo con maggiore consapevolezza rispetto a ieri. Chi ha capito bene l’operazione – cioè la maggior parte dei nostri consumatori – e chi ha approfondito la notizia e non si è limitato a leggere un titolo, sa che quest’operazione non cambierà il marchio e che l’accordo con Ebro è un vanto: diciamo sempre che in Italia non arrivano capitali stranieri e ora che ci sono, c’è comunque chi si lamenta“.

Pasta Garofalo

un pacco di pasta destinato al consumo estero

In queste ore, soprattutto sulla vostra pagina Facebook, siete bersagliati da commenti feroci cui però seguono risposte puntuali. Serve a placare il malcontento dei vostri clienti?
Da sempre rispondiamo, senza reverenze e problemi. Confesso di essere io in prima persona a farlo: la mia idea del web non è quella di un manifesto grande con una notizia da dare. Abbiamo sempre scritto dichiarando la verità e in questo momento, a maggior ragione, c’è il bisogno di spiegare e chiarire: non abbiamo nulla da nascondere. Non ci poniamo il problema di piacere a tutti, anche perché sarebbe impossibile“.

Traduciamo in parole semplici quest’operazione – assai complessa – da 62,5 milioni di euro: l’idea è quella di crescere attraverso la valorizzazione del brand all’estero?
Nel 2002 Garofalo fatturava 30 milioni di euro l’anno. L’imprenditore ha avviato un processo per rilanciare il marchio in Italia: il brand è stato ricostruito e nel giro di dieci anni siamo arrivati a una quota di mercato che sfiora il 5%. A oggi siamo quasi al punto di arrivo e da tempo abbiamo iniziato a distribuire all’estero, dove ci sono potenzialità inespresse. Il tutto senza mai cambiare sede e con un investimento di 20 milioni di euro nella fabbrica. Ora puntiamo a una crescita diversa: la dimensione internazionale, bella a parole, richiede uno sviluppo non solo finanziario e per realizzarlo serve un partner solido“.

Pasta

Attualmente siete già presenti in 60 paesi.
Ma in alcuni di questi la nostra presenza è solo simbolica. Garofalo è in Francia, grazie a una piccola joint venture, ma grazie a Ebro nell’arco di un anno arriveremo al 100% di distribuzione. Cambia tanto, come capirà. Nel mondo c’è un 10-15% di gamma top di prodotti legati al food, mentre la pasta è ferma al 4%: è complicato far capire a francesi e tedeschi che esiste una pasta di alta qualità, come quella che produciamo noi. Se riusciamo a spiegare bene questo, ne beneficia tutto il Made in Italy“.

È vero che diverse le realtà industriali si erano interessate a voi?
Sì, proprio così. Abbiamo scelto la soluzione migliore dopo aver vagliato molte ipotesi: forti di essere un’azienda sana, ci siamo potuti permettere di scegliere l’interlocutore che preferivamo. Non abbiamo svenduto nulla e la crisi non c’entra con quest’operazione: il 2013 si è chiuso con un fatturato pari a 134 milioni“.

Il timore di molti è che, nel giro di qualche anno, Ebro possa salire ancora nel capitale di Garofalo. C’è questa possibilità?
Non ci sono obblighi ma delle facoltà da parte di entrambi e, soprattutto, c’è la volontà delle due parti che Garofalo continui a essere quello che è“.

Massimo Menna

Massimo Menna AD Garofalo

Le preoccupazioni maggiori, stando ai commenti sulla vostra pagina ufficiale, sono quelle legate all’occupazione e alla qualità del prodotto. Partiamo da quest’ultimo aspetto.
Non c’è alcuna intenzione di modificare il concetto qualitativo che ha reso Garofalo un brand così amato. Non ci sarebbero motivazioni per cambiare e nessuno ha intenzione di snaturare il prodotto“.

Quanto al lavoro, a oggi l’azienda impiega circa 150 dipendenti: c’è un piano occupazionale per far crescere lo stabilimento di Gragnano?
Abbiamo già il piano pronto: il progetto industriale da sviluppare prevede un investimento ampio, se i risultati arriveranno. L’ipotesi è un aumento del personale attorno al 15-20%: per la nostra realtà significa grandi numeri“.

Negli ultimi anni avete puntato molto sull’innovazione e grazie al know how avete sviluppato un’ampia gamma di prodotti senza glutine. Questa sinergia con Ebro porterà a lanciare altre novità sul mercato?
Per l’Italia nei prossimi due anni cambierà pochissimo. Per ora pensiamo all’estero, anche se dobbiamo ragionare su altre urgenze: c’è molta voglia di fare e speriamo di partire presto. Quanto alla linea gluten free, non ci dispiacerebbe provare a produrre internamente tutta quella gamma che ha bisogno di una linea specifica: ma su questo, ragioneremo più avanti“.

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