L’altra Toscana: da Montescudaio i vini di Colline di Sopra

10 novembre 2014

La Toscana è certamente una delle regioni più importanti a livello vitivinicolo del nostro paese: sono molte le aree di gran pregio che la costellano, DOCG storiche con aziende di decennale se non centenaria tradizione che vi operano all’interno. montescudaio, in provincia di pisa, è una zona emergente che sta affermando la propria identità all'interno del panorama vitivinicolo toscano Al fianco di queste zone però stanno sorgendo negli anni zone in territori nuovi, in alcuni casi addirittura vergini. Questo grazie ovviamente alle generali condizioni pedoclimatiche favorevoli alla coltivazione della vite, fattore che ha permesso negli anni di produrre ottimi vini sia con vitigni autoctoni che internazionali, ma anche al fatto che la Toscana è oggi un brand, una regione che ha saputo comunicare e comunicarsi a livello di turismo enogastronomico diventando quindi metà di investimenti per famiglie estranee al mondo del vino. Un esempio che racchiude un po’ la nouvelle vague toscana è l’azienda Colline di Sopra, nata nel 2006 in quel di Montescudaio (Pisa), in una zona emergente che, anno dopo anno, sta affermando sempre di più la propria identità. Conosciamola meglio attraverso le parole di Luisa Silvestrini e Paolo Zucco, proprietari dell’azienda.

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Come nasce Colline di Sopra?Nasce da un vero e proprio colpo di fulmine per questo particolare angolo della Toscana che è Montescudaio. Già ci recavamo qui in passato per motivi turistici; quando conoscemmo e approfondimmo questa zona, fu amore a prima vista. Non solo: anche una voglia di una vita più in sintonia con i ritmi della natura e in più, per Paolo, un ritorno a origini legate intimamente alla terra. È importante sottolineare come questo innamoramento sia stato per un luogo specifico: una parte di Toscana molto meno conosciuta rispetto ad esempio al Chianti o altri luoghi già noti ma non per questo di minor bellezza“.

Come descrivereste, a un neofita del vino, il terroir di Montescudaio? Anche attraverso similitudini con altre denominazioni conosciute della Toscana.Montescudaio è un terroir tra la terra e il mare: dista circa 10 km dal mare, ma presenta anche degli aspetti selvaggi e boschivi. A differenza di Bolgheri, dove il clima è prettamente mediterraneo e nel sottosuolo si trovano anche delle alte percentuali di sabbie, e ancora a differenza, ad esempio, del Chianti, luogo di campagna per antonomasia e con terreni di varia natura e origine dove comunque domina il galestro, Montescudaio è una terra di confine, con all’interno un mosaico di terroir specifici. Il sito dove si trova Colline di Sopra è, ad esempio, un luogo con venti costanti di terra e di mare (ad esempio: il nome dato al vino Eola deriva proprio dal dio greco dei venti, declinato al femminile in onore della forza lavoro femminile che tutto l’anno cura i vigneti), con un sottosuolo argilloso e ricco di minerali, una buona presenza di scheletro, ed esposizione NE-NW. Queste particolari condizioni permettono al vino di esprimersi anche con una buona vena di freschezza e di mineralità“.

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L’azienda ha optato sin da subito per l’agricoltura biologica e l’uso di energie rinnovabili: una scelta di grande responsabilità e sensibilità. Quanto è importante questo aspetto nella qualità del vino prodotto?La scelta è stata una spontanea conseguenza degli studi del territorio: riteniamo infatti che, ove vi siano le oggettive condizioni ambientali per poterla effettivamente realizzare, la scelta biologica sia la soluzione naturale. L’uso di energie rinnovabili è ormai un dovere nei confronti delle persone e del mondo circostante, senza però che queste scelte diventino una leva di marketing in nessuna sede. Luisa, che per tutta la vita ha esercitato la professione di Architetto, ha progettato personalmente la cantina (si è trattato del suo ultimo lavoro, fatto per se stessa e per il suo futuro, quasi un simbolico passaggio tra la sua vecchia vita e quella successiva) proprio affinché quest’ultima andasse a intersecarsi nell’ambiente circostante senza provocare un impatto violento. Era suo desiderio che la struttura si integrasse con la natura e l’ambiente circostante in modo da non turbare il paesaggio ma di arricchirlo con discrezione“.

Nelle vigne si è creato un buon mix tra vitigni autoctoni (come il Sangiovese) e vitigni internazionali, malgrado i primi stiano conquistando sempre più attenzione presso la critica e il pubblico degli appassionati. Una scelta controcorrente oppure uno studio approfondito delle potenzialità espressive del territorio?È un territorio nuovo poiché si tratta di un luogo dove prima non era mai stata piantata la vite (vi erano olivi, lecci, ecc.) La consapevolezza di trovarsi in una vera terra da vino, come amiamo definirla, si rafforzò in seguito a degli studi ampelografici estremamente accurati, proprio per individuare quelli che erano effettivamente i vitigni più indicati. Gli studi sono stati molto precisi e hanno messo in evidenza le singole parcelle e i vitigni da utilizzare. In definitiva la scelta non è stata nostra: è stata la terra a scegliere. Per questo non ci siamo mai soffermati a riflettere se la nostra azione sarebbe poi risultata controcorrente con le tendenze del momento oppure no. E comunque può essere interessante anche riflettere sul fatto che, in questa parte della Toscana, il concetto di autoctono possa anche essere a ragione interpretato in una forma più estensiva poiché, vitigni come il Cabernet Franc o il Merlot, hanno trovato ormai da diversi anni, in molte di queste zone, dei luoghi praticamente perfetti per le loro caratteristiche, a differenza del Sangiovese che non sempre si esprime nelle zone più marine con tutto il suo solito corredo organolettico. Proprio per questo ci reputiamo molto fortunati, per il fatto di trovarci in un luogo dove vari vitigni hanno trovato il loro habitat sia come indigeni sia come residenti da più generazioni“.

luisa silvestrini

Sono molte le aziende nate negli ultimi anni in Toscana e, in molti casi, sono state accusate di essere mere realtà commerciali nate per sfruttare il successo dei vini della regione. Non si rischia una situazione di sovraffollamento e confusione per il consumatore? Quanto è importante comunicare passione per questo lavoro a chi assaggia i vostri vini?È un dato oggettivo che negli ultimi anni siano nate molte nuove aziende in Toscana, una delle regioni più vinicole d’Italia per tradizione e per vocazione. Ed è normale pertanto che vi siano state anche delle critiche o delle polemiche rivolte verso questo fenomeno, dal quale però non ci siamo mai sentiti scalfiti, sia per il modo in cui siamo arrivati a diventare viticoltori (una sorta di personalissimo ritorno alla terra) sia per gli studi compiuti sul terreno e tutto il lavoro certosino animato da una grandissima passione. Non dimentichiamo poi che quella di Montescudaio è una denominazione che solo da pochi anni ha iniziato ad essere veramente conosciuta nei suoi aspetti qualitativi di eccellenza dagli eno-appassionati, ed ancora vi è molta strada da percorrere per la conoscenza del nostro specifico territorio. Per questo crediamo profondamente anche nella cooperazione a livello di consorzio come un grandissimo strumento per raggiungere gli appassionati e farci conoscere. È importantissimo poi comunicare la nostra passione per questo lavoro a tutti coloro che assaggiano i nostri vini e in tutti i contesti, dai critici e giornalisti fino ai wine lovers che incontriamo. Il vino è fatto per essere bevuto, per allietare la vita delle persone e coronare momenti sia quotidiani che simbolici: basti pensare al ruolo a esso attribuito in tutti i testi classici e nei testi sacri. Un vino pertanto potrà essere consumato con gioia e apprezzato soltanto se viene trasmessa la passione e l’energia da parte di coloro che lo producono“.

Ramanto

Assaggiamo quindi il lavoro di questa azienda.

Cominciando dal piccolo Eola 2012, già citato nell’intervista, mix di Merlot, Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Syrah affinato in acciaio, dall’olfatto scuro e introverso ma che si libera in tratti pepati e speziati, con le erbe aromatiche come l’alloro in primo piano. La mineralità scura di grafite è poi schiarita da un tocco verde e fresco, quasi balsamico. La bocca è dal passo svelto e agile, gioca in scioltezza la partita dell’immediatezza grazie al frutto scuro in evidenza. Vino che punta alla piacevolezza e dal prezzo invitante. Sui 10 euro in enoteca.

Il Larà 2012, da Merlot e Syrah affinati in acciaio, mostra anch’esso caratteristiche di immediatezza e leggibilità, con un fruttato più evidente di mirtillo, mora, prugna e marena con un tocco floreale di rosa. Sorso fine e snello, rotondo nella dolcezza fruttata, un vino più solare e mediterraneo per certi versi. Sui 12 euro in enoteca.

Il Ramanto 2012 è una delle punte di diamante della produzione, da un blend di Cabernet Franc e Petit Verdot affinato in barrique, solo in parte nuove, per 12 mesi. L’olfatto è esplosivo con la carica fruttata in evidenza, un mix amplificato dei fratellini ma con una complessità in più donata dalle note di tabacco dolce, viola appassita, cenni di cuoio. La bocca è quella ovviamente più contratta, con il tannino da amalgamarsi ad una struttura rotonda e fruttata a cui il tempo donerà maggiore articolazione e complessità. Sui 20 euro in enoteca.

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