Enologica 2014: le bandiere della vitiviniculura emiliano-romagnola

14 novembre 2014

Dopo avervi raccontato l’idea che sta dietro la realizzazione di Enologica, oggi vi parliamo di uno dei protagonisti della kermesse che si svolgerà a Bologna, a Palazzo Re Enzo dal 22 al 24 novembre: il vino. a bologna, a palazzo re enzo, torna enologica dal 22 al 24 novembre Oltre a essere lo scrigno di alcune delle delizie gastronomiche più famose del mondo (parmigiano reggiano, grana padano, mortadella di Bologna, prosciutto di Parma, culatello di Zibello, la sfoglia in tutte le sue forme, i tortellini, l’aceto balsamico di Modena, le piadine), l’Emilia Romagna è anche culla di grandi vini che potrete assaggiare durante la manifestazione grazie alle 130 cantine che partecipano all’evento. Non staremo qui a sciorinare la lista di tutte le DOC e DOCG della regione, ma qualche parola su Sangiovese e Lambrusco, che sono un po’ le bandiere della vitiviniculura emiliano-romagnola, dobbiamo necessariamente spenderla.

Sangiovese

vinorosso-JingaLing

Il Sanguis Jovis (secondo un’etimologia ancora un po’ discussa) fa parte della storia della Romagna. Se fino a qualche tempo fa la sua immagine era legata a un vino dal taglio popolare e spensierato, oggi, grazie al lavoro di piccoli artigiani ma anche alla ricerca e agli investimenti delle grandi aziende, il Sangiovese di Romagna ha conosciuto un’imponente crescita qualitativa. Tra i vitigni italiani capaci di raccontare meglio il terroir su cui nasce, in Romagna è in grado di interpretare una vasta gamma di personalità: vini espressivi e solidi sull’argilla (come quelli delle cantine Gallegati e Paolo Francesconi); tannini fitti e maturi sui tufi di Bertinoro (da assaggiare il Sangiovese di Romagna Sup. Fermavento di Giovanna Madonia), longevità e agilità sulle marne di alta collina come testimoniano i vini delle cantine il Pratello, Villa Papiano e Balìa di Zola.

Lambrusco

uva lambrusco

La più selvaggia delle viti addomesticate. Con il nome vitis labrusca si indicava nell’antichità un’uva che cresceva spontanea e i cui lunghi tralci s’intrecciavano con le chiome degli olmi, degli aceri e dei pioppi. Ma dalla fine del XVI secolo il nome Lambrusca non identifica più la vite selvatica, ma un particolare gruppo di vitigni della medesima origine e caratteristiche analoghe, il cui tradizionale taglio dà vita a tale prodotto, dallo spirito frizzante e tipicamente emiliano. Dimenticate i bottiglioni di Lambrusco proposti nella GDO: oggi questo vino sta conoscendo una notevole crescita qualitativa grazie alle varie anime che riesce a esprimere, tanto che non si può più parlare di Lambrusco ma di lambruschi. E così, se il Grasparossa di Castelvetro incarna ancora l’anima contadina e rustica di questo vino, con tannini graffianti, bocca cremosa, colore scuro e un buon fruttato (di cui la Fattoria Moretto offre ottimi esempi), il Sorbara si spinge su grandi acidità, rivelandosi nervoso ed esile, e lunghissimo grazie a una tensione e un ritmo strepitoso (il Radice di Paltrinieri e l’Omaggio a Gino Friedmann della Cantina di Carpi e Sorbara: provare per credere). Due parole, infine, sul Lambrusco Salamino di Santa Croce che nel territorio della provincia di Modena e in quelle confinanti, trova eleganza, freschezza e un fruttato austero e profondo.

Albana, Pignoletto, Gutturnio, Ortrugo

bicchieri di vino

Detto questo non possiamo tralasciare altri vini tipici, meno conosciuti dal grande pubblico, ma comunque rappresentativi della storia vitivinicola di certe zone e che stanno emergendo prepotentemente sulla scena italiana. Parliamo, per esempio, dell’albana, un vitigno bianco capace di produrre uve di grande acidità e quindi vini audaci e affilati, nella versione secca (come quelli di Leone Conti), ma molto interessanti anche nella versione dolce (Fattoria Zerbina e Gallegati su tutti). E non dimentichiamo il pignoletto, che sui Colli Bolognesi ambisce a diventare una produzione di alta qualità e darà presto gratificanti risultati (come sa bene lo staff della cantina Orsi – San Vito). Infine troviamo il Gutturnio, un rosso che nasce da un blend di barbera e croatina, spesso frizzante (di cui l’Azienda Vitivinicola Lusenti e la cantina La Stoppa danno buone prove), e l’Ortrugo, dall’omonimo vitigno, una volta utilizzato come uva da taglio e che si sta ritagliando piano piano una sua identità, entrambi espressione delle colline che circondano Piacenza.

enologica

Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti: la diversità dei territori e delle uve dell’Emilia Romagna si sono piano piano trasformati in un valore, ribaltando una situazione che fino a poco tempo fa era vissuta come un limite.

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