Quando cenare fuori diventa un incubo

20 novembre 2014
di Filippo Rapini

Ah, la cena fuori: che sia al grande ristorante o all’osteria, al giapponese o al vegetariano non importa, perché prima di tutto la cena fuori è lasciarsi alle spalle lo stress. È svago e soprattutto è condividere bei momenti con le persone che ami. Illusi: la cena fuori è per eccellenza il generatore di stress in tutte le accezioni note all’umanità. E si inizia prima ancora di entrare: dove andiamo a mangiare?

  1. litigioPrima di uscire. Tu, povero inguaribile ottimista, pensi che le svariate tipologie di locali oggi a disposizione faciliti di gran lunga le cose, vero? Falso: c’è chi mangia solo thai, chi pretende un ristorante vegetariano con piatti che ricordino la carne, come ad esempio la tartare di broccoli; c’è chi mangia solo la pizza romana con condimento napoletano oppure pretende che la carne provenga solo da mucche argentine pascolanti in Danimarca e carezzate in modo kobe. Quando finalmente uno dei tuoi amici, la tua dolce metà oppure tuo zio (quello cattivo) si sarà imposto, partirà il dramma.
  2. noia al ristoranteConversazione. Si entra nel locale prescelto e a metà dei commensali non piace affatto. Succede anche alle coppie: se piace a lei, non piace a lui e viceversa. Dopo essersi seduti di malavoglia, ecco il primo scoglio, quello socio-vocale: di che parlare? “Tempaccio, eh?“, “Eh già…“. Parlare del tempo è davvero l’ultima spiaggia, ma ecco lo spiraglio: vedete arrivare un amuse-bouche, non richiesto ma salvifico. Non sono bruschettine e mozzarelle, non sono prosciutto e panzerottini: sono argomenti di conversazione, la vostra salvezza. “Ottimi questi panzerottini!“, dite voi. “Davvero? A me sembrano pessimi“: fine della conversazione.
  3. risotto al nero di seppiaSorrisi smaglianti. Finalmente si ordina. Apri il menu e ovviamente sei capitato nell’unico ristorante in cui i piatti sono tutti a base di ingredienti da imbarazzo sicuro, come il nero di seppia, la rucola e gli spinaci. Il digiuno non è contemplato, ordinate. In fondo al tunnel verde scuro (un misto di nero di seppia e spinaci), vedete un piccolo spiraglio: in fondo basta evitare di pronunciare le A, le I, una decina abbondante di consonanti, e in bocca non si vedrà nulla. La conversazione, già scarsa e penosa, vede crollare su di sé un’incudine di 250 kg.
  4. ContoConto. L’occhio diventa vitreo, la fronte si imperla di sudore, la mano inizia a tremare debolmente e le palpitazioni arrivano al galoppo: chi paga il conto? O meglio: chi dovrebbe pagarlo? Questo è il vero dramma intergenerazionale, intersessuale, interregionale e atemporale che chiunque, prima o poi, si troverà ad affrontare. Il conto è quel brutto momento che distrugge la digestione e l’affetto tra i commensali; tutti si fissano in un interminabile stallo in stile messicano, un gioco di sguardi dalle conseguenze atroci.
  5. Conto al ristoranteConto #2, le domande esistenziali. Esci col tuo lui o la tua lei? Sarà emancipata? Sarà cavaliere? Passo per taccagno? Mi becco una pizza (oltre alla gommosa margherita) perché passo per maschilista? E la mano si paralizza sul portafoglio in una fiacca imitazione del Bonaparte. E tra commensali di età diverse? Paga il più anziano? Il più giovane? Il più ricco? Il festeggiato? Tutti tranne il festeggiato? E gli altri, cosa si aspettano che faccia? E il più vecchio che non ci teneva a far sapere di essere tale?

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