5 cibi che abbiamo noi calabresi e voi no

26 gennaio 2015

La Calabria non è solo peperoncino, soppressata e ‘nduja. Di tesori gastronomici ne vanta un’infinità, molti dei quali solo qui si possono trovare e gustare. Saperi e sapori tramandati che hanno fatto la storia di questa regione, retaggio della tradizione contadina e pastorale. Tra specialità note e meno note, ne abbiamo scelte 5 che marcano l’identità della tavola calabrese.

  1. Cedro-diamanteCominciamo non da un piatto ma da un frutto speciale e sacro, nel vero senso della parola, per tanti. Non parliamo del rinomato bergamotto o della clementina, ma del cedro. Si, perché in Calabria, e in pochi in Italia lo sanno, cresce il cedro più pregiato al mondo, introdotto in questa terra all’epoca dei Bizantini e da allora mai più innestato. Un cedro, se vogliamo definirlo così, puro. Tanto che, ogni anno, rabbini da tutte le nazioni percorrono migliaia di chilometri per raggiungere la Calabria e raccogliere con le loro stesse mani il prezioso frutto. Cresce nella zona nota da secoli chiamata Riviera dei Cedri, nell’alto tirreno cosentino, tra i paesi di Cirella (frazione di Diamante), Santa Maria del Cedro e Scalea. Il cedro viene selezionato dai rabbini per celebrare la purificazione dell’anima durante la Pasqua ebraica.
  2. morzedduDa considerare altrettanto sacro, ne converranno soprattutto i catanzaresi, è il Morzeddu o Murseddu. Il piatto calabrese per eccellenza che celebra il quinto quarto. Il nome deriva dallo spagnolo almuerzo, cioè spuntino. Questo stufato di trippa insaporita con cipolla, sedano, carota e peperoncino è servito dentro una forma tipica di pane locale casereccio, la pitta, e quindi, gustato a morsi. Tipico soprattutto dell’areale di Catanzaro. Esiste anche una versione di morzeddu che prevede oltre la trippa anche il fegato, il polmone e il cuore.
  3. stroncaturaUna pietanza tra le più antiche è la stroncatura, il vero cibo dei poveri, risalente dell’epoca in cui niente andava buttato e sprecato. Si tratta di un tipo di pasta tipica della Piana di Gioia Tauro e diventato uno dei simboli della regione, preparato ancora oggi nelle case. Nata un tempo per riutilizzare gli scarti della molitura del grano, come crusca e resti di farina, che erano raccolti da terra, spazzati. Oggi non è più ammesso l’utilizzo di queste materie ma la tradizione è perpetuata con farine di grano duro e integrale. Particolare è la consistenza, grossolana, ruvida. Il formato ricorda quello delle fettuccine. La ricetta originaria prevede un condimento di olio, peperoncino, alici, olive, aglio e pangrattato.
  4. tartufoFrutto della storia recente, conclamato da tutti come patrimonio che identifica la pasticceria calabrese ed è stato riconosciuto come IGP, è il tartufo di Pizzo. Il suo cuore di cioccolato fondente è una goduria, chi l’ha assaggiato la prima volta difficilmente lo dimentica.Si tratta di un gelato di nocciola e cioccolato che si modella sul palmo della mano, ricoperta con polvere di cacao. Il disciplinare prevede l’utilizzo di soli ingredienti naturali e a inventarlo fu Giuseppe De Maria, chiamato Don Pippo, del Bar Diana.
  5. crocetteIl dolce che invece non manca mai nelle case calabresi sono le crocette di fichi ripieni, retaggio della Magna Grecia e dessert invernale per eccellenza. I fichi sono farciti con noci e scorza di arancia, poi intrecciati a forma di croce, o fiore, e cotti nel forno.

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