Montevertine: storia liquida di un vino del Chianti

25 febbraio 2015

Pensare a Montevertine come un’azienda di soli Supertuscan risulterebbe ostico anche per l’appassionato più informato. Eppure, con presupposti ben diversi, lontani da qualsiasi moda a base di Merlot e Cabernet Sauvignon, è così: montevertine a radda in chianti è vista come una colonna del territorio del chianti classico nessuno dei suoi vini ricade in una denominazione chiantigiana, neppure tra le più generiche e permissive, malgrado risulti difficile immaginare vini più tipici e espressivi del proprio territorio. Per arrivare a oggi, per trovare il motivo per cui Montevertine a Radda in Chianti (SI) è vista come una colonna del territorio del Chianti Classico, è necessario un percorso che parte da lontano. Proprio da quelli che furono Chianti Classico, dai vini disposti in fila sul tavolo. Non è stata una semplice degustazione. O perlomeno è stato il pretesto per sederci a tavola tra amici, raccontando aneddoti del presente e del passato, tra risate, riflessioni e pacche sulle spalle. Storie irripetibili trasformate in vino, in una veste abbandonata da tempo dall’azienda in segno di protesta. Vini che arrivano intatti a noi, incredibilmente chiari nel significato e nella forza comunicativa, sopravvissuti e ancora vivi grazie al lavoro di uomini umili, orgogliosi, visionari e rispettosi, uomini che purtroppo non ci sono più.

montevertine

Davanti a me Martino Manetti, l’erede di tanto sapere, colui che ha sulle proprie spalle la responsabilità di una storia che è non sono solo vigna e azienda: Montevertine è stato, ed è tutt’oggi, un modo diverso e alternativo di intendere il Chianti Classico, di viverlo secondo le proprie idee. L’hobby che diventò lavoro per il padre di Martino, un industriale siderurgico, la casa di campagna tra le colline di Radda in Chianti che diventò futuro con l’azienda, il vino che diventò testimone di scelte forti, spesso fuori dagli schemi (e in alcuni casi dalle regole). Fu Sergio Manetti l’uomo di Montevertine, colui che ebbe la visione di un futuro diverso per sé e la propria famiglia.

La storia

Nel 1968 Martino non era ancora nato e la prima vigna, quella dell’attuale Pergole Torte, fu piantata. Da chi? Da chi aveva sempre vissuto in quel luogo, da chi lo conosceva palmo a palmo: il signor Bruno Bini. Non ho avuto mai l’onore di conoscerlo, era il classico uomo del dietro le quinte, quello de “lo spettacolo non sarebbe possibile senza di lui”, l’uomo della vigna e della cantina a cui Sergio aveva sempre dato rispettosamente del Lei. Perché, malgrado tutto, per chi fa un lavoro indispensabile ed oscuro ci deve sempre essere rispetto.

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E poi Giulio Gambelli, il palato e il naso di Sergio, colui che sceglieva e che nella cantina sapeva indicare, selezionare. Non aveva a genio le uve bianche nel Chianti, come il disciplinare prevedeva, perché diluivano il Sangiovese, gli toglievano la grinta che serviva per poter essere quello che oggi ho nei calici. le uve bianche nel chianti previste dal disciplinare diluivano la grinta del sangiovese Meglio esser fuorilegge in un mondo incomprensibilmente ancorato a vecchie convinzioni, meglio piantare sì le uve bianche nella vigna ma per farci il Vinsanto. Il Sangiovese doveva spiccare, Radda doveva essere la protagonista. Poi il 1981 e quella domanda di Sergio al Consorzio del Chianti Classico: ma un vino di solo Sangiovese come il Pergole Torte, il vino della prima vigna, perché non poteva appartenere alla denominazione? Il no ricevuto fu la presa di coscienza che Montevertine poteva vivere senza il Consorzio, poteva svestirsi di una fascetta e di un Gallo Nero, camminare con le proprie gambe, poggiando sul terreno delle proprie idee e della propria visione del vino. Nacquero il Pergole Torte appunto, il Montevertine, il Pian del Ciampolo, il Sodaccio e vennero mano mano che l’azienda ampliava vigneti e prospettive: implicitamente Chianti senza esserlo esplicitamente, il Sangiovese che negli anni ha portato Radda nel mondo e che tante altre aziende portò con sé.

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Assaggi

E prima di queste il Chianti Classico, nei bicchieri in una verticale storica difficile, se non impossibile, da ripetere, la prima volta per Martino di fronte al passato schierato contemporaneamente sul tavolo. Inutile insistere con semplici descrittori, sarebbero fini a se stessi in una degustazione di emozioni e non di semplice vino, dove la competizione del punteggio è lasciata ad altre occasioni: il sospiro salmastro e ferroso, l’agrume declinato in varie colorazioni, dalla dolcezza del mandarino alla scorza più cupa del chinotto, i fiori freschi e appassiti a seconda dell’annata e del tempo che fu, il sangue, il tabacco la terra, le spezie più dolci e piccanti, sono le sensazioni che più si trovano.

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C’è il 1971 che è l’opera prima, quando Martino aveva appena un anno e tutto era artigianale e meno consapevole, emozionante e maturo; il 1973 marino e lieve, delicato e acido, ancor più vitale. Poi arrivano le riserve con un 1974 sorprendente, di integrità pazzesca, ancora sul frutto, e il 1975 una fragile lama di ruggine e acidità. Il 1977 è la consapevolezza della grande annata, quasi una propaggine del Barolo per gli echi nebbioleschi, da togliere il respiro alla ricerca di ogni sfumatura, il 1978 autunnale e borgognone nello stile, slanciato e rassicurante in un abbraccio morbido e vellutato. Il 1980 furioso d’acidità, algido e freddo, quasi distaccato, il 1981 è l’anno della svolta, l’ultimo della sua stirpe che ancora ha dalla sua cose da raccontare anche in un non immediato futuro. E sopra tutti un 1979 di rara complessità e forza, un vino da perderci una serata: tridimensionale, sferico, da batticuore, alzandosi in piedi in un applauso spontaneo.

montevertine bottiglie

Vini che non ci sono più e che continuano a vivere negli altri, prodotti seguendo le ricette e l’ispirazione del passato. Come non ci sono più Sergio, Bruno e Giulio che continuano a vivere a Montevertine, nel ricordo di Martino e di tutti coloro che lavorano tra quei filari e tra quelle botti. A loro va il mio brindisi, il mio pensiero e le mie emozioni, a loro Martino guarda con orgoglio e rispetto, con la bella e difficile responsabilità di una eredità importante, di un passato e di un territorio da rispettare e trasformare in vino. Rigorosamente senza denominazione.

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