Ecco come sono finita a mangiare cavallette

15 ottobre 2015

È tutta colpa del Messico e del mio amico messicano Daniel. Forse lo è anche del mio scarso spirito di osservazione e senza alcun dubbio è colpa del Mezcal. Note to self: non ordinare mai Tequila a Città del Messico, ti guarderebbero come un cinese che chiede hamburger e patatine in una pizzeria tradizionale di Napoli. Questo perché la zona di produzione del Tequila è una regione specifica del Messico che si chiama Jalisco. Altrove si produce il Mezcal, di cui per altro i messicani vanno matti, e hanno ragione.

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Comunque, per colpa – o per merito – dei fattori elencati mi sono imbattuta in un’esperienza piuttosto incisiva, di quelle drammaticamente in grado di cambiare la percezione italocentrica del cibo: ho mangiato cavallette. Chapulines, Caelifere, Locuste, chiamale come ti pare. Lo so che si tratta della moda del momento, che non si parla d’altro in tutte le alte cucine del pianeta – per non parlare dei bassi mercati – e che mangiare insetti is the new sushi, ma su questo punto, ridi di me se vuoi, io non sono affatto alla moda, né all’avanguardia, né coraggiosa o aperta a nuove esperienze. Insomma, l’idea di mangiare insetti a me fa piuttosto schifo. A te no?

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Daniel è un ragazzone messicano alto 1.85 e largo come un giocatore di rugby. Porta al collo fotocamere con obbiettivi grossi quanto un megafono e in spalla uno zaino con il resto dell’attrezzatura costosa. È saggio come solo un fotografo di 26 anni che vive a Città del Messico può diventare. Siede accanto a me e sorseggia Mezcal direttamente da una ciotola di legno. Si fa così, mi spiega, e qui ad Azul Histórico niente è lasciato al caso: tutto il cibo viene riproposto esattamente come è stato tramandato.

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Siamo parte di una spedizione di gastro-reporter invitati in Messico per la celebrazione dei migliori ristoranti d’America Latina (Latin 50 best Restaurants), in tutto una ventina. Di fronte a me c’è il collega italiano Simone, accanto a lui due chiassosi, adorabili, brasiliani, e poi una ragazza danese con la pelle arrossata dal caldo, un paio di australiani che ridono sempre, argentini, venezuelani e inglesi. Il menu di Azul propone piatti che non hanno nulla a che fare con quel che so della gastronomia messicana, perché quello che so è per lo più derivato dallo spin-off statunitense Tex Mex.

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Le Fajitas, per dirne una, sono un piatto Tex Mex. E anche il Chili con carne per come lo ricordi – carne tritata, pomodoro e fagioli, piccante da bruciare il demonio –  lo è. Quello qui sopra nella foto è invece il Chile en Nogada, storico piatto messicano per davvero: un peperone poblano riempito con picadillo (carne, pomodori, riso e spezie), frutta dolce tipo uvetta, e coperto con crema di noci e  semi di melograno.

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Il pasto messicano inizia di solito con un buon Mezcal accompagnato da guacamole e tortillas. Segue una zuppa a scelta dal menu, e poi il piatto principale. Noi siamo ancora al Mezcal, è così buono che non smetto di berne, rende tutto morbido, colorato. Il ristorante è pieno di alberi, pieno di luci e di voci. Non ho voglia di pensare al fatto che domani lascerò il Messico e che questa gente forse non la rivedrò per molto. O per sempre. Si ride e si mangia e si sta bene. Guacamole per tutti? Chiama Daniel, e dopo poco arriva al tavolo.

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Mi tuffo nella salsa con entusiasmo. Sa di lime e avocado, ed è straordinariamente saporita. Ci sono dei piccoli legnetti rossi all’interno, sono callosi e molto salati, vanno mischiati bene con la crema e poi spalmati sulle tortillas, spiega Daniel, e io eseguo come una scolaretta il primo giorno di scuola. Ne mangio una, due, tre, senza alzare mai la faccia, come ipnotizzata da quel verde intenso. Dopo un po’, ancora masticando, alzo lo sguardo su Simone, lo trovo visibilmente a disagio. Mi guarda di traverso. Che hai? Niente. Come niente, che guardi! Niente, niente. Mi giro e osservo che nessuno, tranne me e il fotografo, sta gustando il guacamole, forse solo la nostra guida Michelle, da New York. E comunque non ci faccio molto caso. Mai una volta.

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Prima del Chile en Nogada ordino una zuppa a base di brodo di pollo e formaggio, buonissima, si chiama Sopa de Tortilla Oaxaqueña, e ancora vino per tutto il tavolo, per non indispettire i nostri ospiti messicani. Solo a questo punto mi è venuta prepotentemente voglia di fare quella domanda, come posseduta da un sesto senso, un briciolo di lucidità nel mare di Mezcal. Daniel, ho chiesto, ma cos’erano quei legnetti rossi dentro il guacamole? No, ti prego – fa lui – non dirmi che non lo sapevi. Sapere cosa? Simone dall’altra parte del tavolo inizia a sghignazzare, sgrana gli occhi e dice: Ah, ora ho capito! Ma capito cosa? Faccio io, perché mi guardate così? Daniel smette di ridere solo per un istante. Te l’ho detto prima, non mi hai sentito? Ho detto Guacamole con Chapulines. Ho capito, rispondo, ma cosa sono le Chapulines? Cosa ne dovrei sapere? Oh God, fa lui, non andare su Google ora, per favore. Sembra divertito. E leggermente preoccupato.

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Io ovviamente su Google Immagini ci vado eccome, e alla vista della cavalletta, per altro bellissima, ho un giramento di testa. Forte. Resisto all’impulso di svenire, mi aggrappo allo sguardo di Daniel e al suo braccio, ha l’espressione in volto di chi non si aspettava un epilogo così esilarante di un pranzo qualsiasi a base di insetti. Già, perché per loro è  una cosa normale, è parte della loro cultura. Da noi è vietato dalla legge, per dire.

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Mi dice Daniel: ma come, non ti ricordi ieri al mercato di San Juan? Certo che mi ricordo, rispondo. Ricordo vermi lunghi 3 centimetri bianchi e rossi, ricordo bacarozzi davvero orribili, grossi come il pollice di un uomo robusto, e ricordo gli scorpioni fritti. Non ho mai pensato che fossero lì per bellezza, sapevo che in Messico si mangiano regolarmente, ma mai avrei pensato che sarei stata io a gustarmi grilli nel guacamole. Però così non vale, riferisco al fotografo. Insomma, dovevo saperlo che si trattava di cavallette. Quello che rappresenta solo un blocco – non mangiare insetti – e che in effetti può essere superato ingannando l’inconscio, andrebbe a questo punto affrontato con tutto il bagaglio culturale che mi porto dietro. È quella la sfida. Posso aiutarti, risponde lui.

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Così finiamo in un altro ristorante, siamo nel bel quartiere Roma di Città del Messico, si chiama Parnita. Anche qui si fa cucina tradizionale e degustazione di Mezcal. Daniel ordina un taco y chapulines e me lo passa. Io lo guardo, lo squadro, mi impegno, ma non riesco a mangiarlo. Non riesco a chiuderlo tra le mie mani e addentarlo, ho ancora paura del contatto consapevole con tutte quelle zampe, antenne, con il gusto sapido e intenso. Il mio generoso amico a questo punto acchiappa una sola, piccola, rossa, zampettata, locusta e me la offre tra il pollice e l’indice. Io ho paura persino di toccarla. Mi chino verso la sua mano e la lecco via dalle sue dita disgustata. Inizio a masticare e non c’è nulla da fare: quelle sei zampe le sento tutte, solleticano la mia lingua e le gengive. Serrando i denti, la parte croccante si spezza ma quel che resta non è secco, è calloso e la sensazione è che si rimpasti nella mia bocca e io ho bisogno velocemente di un altro Mezcal. Subito.

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Be’ dai, non era poi così male, sono orgoglioso di te, mi dice Daniel. Io mugugno qualcosa liberandomi dell’ultima antenna tra i denti, e rido. Contenta. E ora che vuoi fare? Non so. Pizza?

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