A New York parte la crociata contro il sale

22 dicembre 2015

Nella città di New York, dallo scorso 1 dicembre, è entrata in vigore l’ordinanza che obbliga i grandi ristoranti ad avvertire i clienti quando un piatto contiene troppo sodio. nei menu l'immagine di una saliera avverte i clienti dell'elevato apporto di sodio nel piatto In che modo? Apponendo sul menu l’immagine di una saliera e scrivendo che un elevato apporto di sodio può aumentare il rischio di disturbi cardiovascolari. In questo ambito però la Grande Mela non primeggia: già 6 mesi fa il comune di San Francisco ha approvato una legge che impone chi fa la pubblicità di bevande dolci a scrivere dei possibili pericoli per la salute. Ma anche alle nostre latitudini l’autorità pubblica è già più volte intervenuta in materia: già 12 anni fa l’allora ministro della salute Sirchia voleva far passare per legge una riduzione delle grammature dei piatti a livello di pubblici esercizi, con il famoso decreto taglia-porzioni. Il fine sperato dai vari legislatori è sempre il medesimo: informare i consumatori, per cercare di migliorare la loro salute. Obiettivo lecito e auspicabile ma, dopo anni di svariati tentativi istituzionali, qualche dubbio è d’obbligo.

sale sui menu

Ad esempio ci chiediamo quale sia la reale utilità e correttezza delle informazioni delle campagne. Nel caso delle saliere a New York, è improbabile che il contenuto di sodio sia sempre corretto e preciso: le ricette non sono immutabili, si modificano gli ingredienti, le porzioni variano oppure cambia la mano dello chef. E il simbolino sul menu può perdere molto del suo significato. Altra riflessione è sull’efficacia di questi progetti: il target da tenere sotto controllo individuato dalle autorità sanitarie è quasi sempre la grande ristorazione. Ma quanto incide questa sullo stile e sui consumi alimentari di una popolazione? A livello nazionale esistono migliaia di piccoli dispensatori di cibo, dai bar alle panetterie, dai baracchini alle piccole tavole calde, che non possono essere controllate (e sanzionate) per la porzione di focaccia che vendono, piuttosto che la quantità di burro con cui friggono una cotoletta.

cibi proibiti

E infine un dubbio morale: ha davvero senso che un organismo pubblico dica come e cosa dobbiamo mangiare, facendoci sentire in colpa sul fatto che ci nutriamo male, ma rendendo possibile (e arricchendo il fisco) dalla vendita di determinati prodotti? un organismo pubblico dovrebbe prima di tutto controllare in maniera più severa le strutture Emerge la necessità di porre un freno. Se il pubblico vuole metterci mano, magari intervenga a controllare in maniera più severa l’igiene delle strutture, dei processi e delle materie prime di alcuni piccoli esercizi improvvisati e, a volte, impresentabili. Oppure si impegni a offrire (e pretendere) una formazione obbligatoria per il personale alimentarista, che vada ben oltre i corsi di poche ore sull’igiene della somministrazione di cibi e bevande. Oppure ancora, vigili e controlli sulla qualità, non solo nutrizionale ma proprio intrinseca, degli alimenti venduti. Per evitare che il consumatore mangi (e paghi) pistacchi di Bronte quando sono mediorientali, formaggi tipici nostrani fatti con cagliate trasportate dall’Est Europa o pesce freschissimo appena pescato dal congelatore. Dopo tutto questo, ben vengano anche simbolini, semafori, piramidi e claim che ci guidino verso la redenzione nutrizionale.

  • IMMAGINE
  • NY Times

Lascia il tuo commento

I commenti degli utenti