4 bottiglie per capire che il Pecorino non è solo un formaggio

23 febbraio 2016

Sai perchè lo chiamano così? Perchè questo vino profuma davvero di pecorino, di formaggio” L’avete sentita anche voi questa affermazione sul Pecorino? Personalmente parecchie volte e ho sempre puntualmente risposto: “Se hai nel calice un vino che profuma di pecorino è solo un vino difettato, non è tipicità”. grazie all'operazione di salvataggio degli anni '80, oggi questo vitigno è tra più interessanti autoctoni italiani Il nome è curioso in effetti: pare che derivi dal fatto che questo vitigno non era raro incontrarlo lungo le rotte dei pastori. Soprattutto quelli marchigiani, nei dintorni di Arquata del Tronto in cui era possibile trovare vigna a quote prossime ai 1000 metri, a dimostrazione della versatilità e della resistenza del vitigno. Peccato che fosse però una varietà poco produttiva e che, quando la quantità era più importante e remunerativa della qualità, non rappresentava certo l’ideale per poter sostentare i viticoltori. Fu grazie a Guido Cocci Grifoni e alla sua operazione di salvataggio agli inizi degli anni ‘80 che oggi possiamo annoverare questo vitigno tra i più interessanti autoctoni italiani. Interesse che non è limitato solo alla moda e a quell’alone di eterno doppio senso e dualismo con la Passerina (dal punto di vista dello scrivente, vitigno meno interessante nei risultati): quest’uva ha naturalmente una grande carica zuccherina, acidità elevate, buone/ottime capacità di evolvere nel tempo e, soprattutto, un’ottima malleabilità in vinificazione che consente di poter ottenere risultati di diversa impostazione e filosofia. Ecco 4 produttori e altrettanti vini, concentrati nelle terre di elezione, che possono far davvero capire che, parlando di Pecorino, oltre all’aperitivo e al doppio senso c’è molto di più.

  1. pecorino cataldiPecorino IGT Cataldi Madonna. Se Guido Cocci Grifoni è stato il papà del Pecorino, Luigi Cataldi Madonna ne è stato in qualche modo il maestro. D’altronde da buon professore di Filosofia all’università dell’Aquila non poteva essere altrimenti. È stato il primo produttore a credere fermamente nelle qualità del vitigno, a sperimentare cercando nuove vie e interpretazioni che ne potessero esaltare le caratteristiche. Oggi dalle vigne di Ofena, nel famoso Forno d’Abruzzo, un altipiano posto al di sotto dell’unico ghiacciaio presente sull’Appennino, nasce uno dei vini bianchi più premiati e considerati dalla critica, il primo a trovare una dimensione nazionale importante. Un bianco profumato, sui toni di frutto della passione e pompelmo, con tratti simili al Sauvignon in gioventù per la particolare vinificazione (criomacerazione, ovvero macerazione a temperature vicine allo zero, e lavorazione in assenza di ossigeno) che mira a preservare il corredo aromatico del vitigno (con sostanze odorose, i mercaptani, simili proprio a quelle presenti nel vitigno francese, quindi toglietevi quello sguardo sospettoso). Il sorso possente e acido, sapido e deciso è un ottimo viatico per l’invecchiamento: oggi si bevono meravigliosamente annate come la 2006, 2008 e 2009, perfettamente integre e in forma. E per chi volesse un vino più semplice e immediato (e più economico), puntante dritti sul Pecorino Giulia.
  2. giocheremo-con-i-fiori-vino-torre-dei-beatuPecorino DOC Giocheremo con i fiori Torre dei Beati. Restando in Abruzzo, quella di Torre dei Beati rappresenta l’interpretazione naturale del Pecorino. Un’azienda che da sempre ha creduto nella viticoltura sostenibile in un territorio come quello di Loreto Aprutino che ha segnato la storia della viticoltura abruzzese. Ovvio aspettarsi da questa cantina vini di stampo artigianale, bisognosi di tempo e pazienza per esprimersi al meglio e svelare tutte la propria complessità. Il Pecorino trova un proprio spazio di studio tra gli autoctoni e il Giocheremo con i fiori ne è certamente la versione più immediata ma non meno complessa, tutto acciaio e acidità, nervoso e pieno al sorso come il vitigno richiede, e mai nome fu più adatto visto l’impatto olfattivo campestre, tra fiori e erba falciata, con tocchi aromatici e speziati a corredo della dote agrumata tipica. Più strutturato e rotondo il Pecorino Bianchi Grilli: appartiene a una linea che coinvolge anche il Trebbiano e che rappresenta per Fausto Albanesi e Adriana Galasso un momento di approfondimento e sperimentazione sugli autoctoni regionali, con il  coinvolgimento delle botti di legno (grandi e piccole).
  3. fiorano pecorinoOffida Pecorino DOCG Donna Orgilla Az. Agr. Fiorano. Occhio, non è la Tenuta e nemmeno la Fattoria, aziende dirimpettaie alle porte di Roma. Siamo a Cossignano, a nord di Offida all’interno dell’omonima DOCG. Tra queste colline il Pecorino ha vissuto un vero e proprio boom negli ultimi anni, tanto da ritagliarsi una spazio di primaria importanza all’interno del Disciplinare insieme al Montepulciano. L’Azienda è nata nel 2003 e sin dall’inizio ha puntato sull’agricoltura sostenibile (è una vera e propria azienda agrituristica a tutto tondo). Niente di meglio per valicare il Fiume Tronto e approdare tra le colline dove il Pecorino è stato riscoperto. Il Donna Orgilla è uno dei più significativi esempi di come questo vitigno possa trovare una dimensione degna di un grande bianco italiano: basta prendere il trittico 2012-2013-2014 con quest’ultima a rappresentarne in qualche modo il culmine, considerando soprattutto le difficoltà dell’annata, a dimostrazione che il biologico (certificato) quando condotto con attenzione, bravura e sui terreni adatti, non teme le stagioni più difficili. Con il risultato di ottenere vini puliti e nitidi, netti e varietali, nati da fermentazione spontanea e cura meticolosa: l’olfatto ondeggia tra pesca, lime, frutta a polpa bianca, sottofondo erbaceo, quasi piccante. Il sorso è strutturato e sostenuto dalla spiccata acidità e dalla potente scia sapida.
  4. pecorino tenuta spinelliOffida Pecorino DOCG Artemisia Tenuta Spinelli. Spostandoci idealmente di pochi chilometri, sempre all’interno della DOCG Offida, troviamo un’altra espressione del Pecorino con un vino in cui si intuisce maggiormente il carattere montano del territorio e delle vigne poste a oltre 500 metri d’altezza alle pendici del monte Ascensione a Castignano. È l’azienda di Simone Spinelli e il suo Artemisia è uno di quei vini che sta trovando ampio consenso tra gli appassionati e le guide specializzate. La storia dell’azienda è recente: nata appena nel 2008, ha trovato nelle ultime annate (soprattutto dal 2012 in poi) un percorso molto simile a quello del Donna Orgilla, con una impennata qualitativa entusiasmante. Le sensazioni olfattive di questo vino richiamano suggestioni nordiche, quasi da Riesling: la pesca, il pompelmo, il limone, anche candito nelle annate più calde e possenti come la 2012, il lime e il cedro a completare il quadro agrumato che vira poi verso sensazioni di erbe aromatiche e una vena minerale bianca. Al palato il gioco tra il frutto, l’acidità e la sapidità che torna prepotente, crea un bell’equilibrio al sorso, mitigando la generosità del vitigno. Una beva coinvolgente che alla fine vi farà valutare che il Pecorino tutto sommato è anche un formaggio.

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