Viaggio nei birrifici artigianali italiani, prima tappa: Birra Perugia

8 aprile 2016

Questa è la storia della Fabbrica della Birra Perugia e di come una sommelier insieme ad altri due amici iniziano a coltivare un sogno e una passione: recuperare lo storico marchio di birra della città di Perugia e farlo rivivere. la fabbrica della birra perugia, dopo la nascita nel 1875, è stata riportata in funzione da un gruppo di appassionati nel 2013 Fabbrica della Birra Perugia nasce nel 1875 e vive gli anni d’oro della birra in Italia, prima che il movimento artigianale circa 120 anni dopo riportasse il focus sulla birra. Insieme a Spluga di Chiavenna, Wührer di Brescia, Dreher di Trieste e Paskowski di Firenze, ha scritto la storia dell’industria birraria italiana. In quel periodo, la birra si spillava da impianti in legno di ciliegio e si distribuiva in città grazie a carretti trainati da poderosi cavalli maremmani, anche se non di rado le consegne alla drogheria e alle poche osterie dei dintorni venivano effettuate a mano.

birra perugia 1

Indipendente, con un’impronta cittadina e una tradizione radicata, Birra Perugia è stato uno dei primi birrifici in Italia e il vanto della città umbra fino alla fine degli anni ’20, quando un cambio di guardia prima e l’acquisizione da parte di un grande gruppo industriale poi hanno definitivamente messo fine alle attività. Nel 2013, dopo aver sonnecchiato per quasi novant’anni, la Fabbrica della Birra Perugia si risveglia grazie al lavoro di Luana Meola, Antonio Boco e Matteo Natalini, a cui si aggiunge poi Luca Mestrini. Il gruppo inizia la produzione a Pontenuovo di Torgiano poco distante dalla splendida città di Perugia, usando acqua purissima delle sorgenti umbre. In poco tempo, grazie anche a una sapiente valorizzazione del territorio e a quel legame con il passato custodito per garantire l’autenticità del brand (e andare oltre le mode) il birrificio comincia a ottenere consensi da tutta Europa fino a vincere, all’inizio del 2016, il premio come Miglior Birrificio d’Italia a Beer Attraction di Rimini. Abbiamo intervistato Luana Meola, l’anima di questo “birrificio moderno dal cuore antico“, che oggi è una delle migliori giovani realtà presenti in Italia.

birra perugia

Racconta qualcosa di te. Come, dopo l’esperienza da sommelier in un contesto familiare votato al vino, sei diventata birraia? Come hai incontrato i tuoi soci?
Quando lavoravo come sommelier a Roma, tra le degustazioni di vino iniziavano a spuntare in maniera timida anche quelle di birra artigianale. Io avevo voglia di conoscere qualcosa di nuovo ed è nata in me la passione prima di assaggiare, poi di sperimentare in casa e successivamente di approfondire il mondo della birra. Quindi, ho mollato tutto e ho ricominciato da zero trasferendomi a Perugia per frequentare il primo Master universitario in Tecnologie Birrarie. Lì ho conosciuto uno dei miei due soci, Antonio Boco, giornalista ed esperto di vino. Lui mi ha raccontato il sogno della Fabbrica della Birra Perugia, sogno a cui mi sono da subito legata. In seguito ho conosciuto Matteo Natalini e le nostre serate a bere birra e a progettare il birrificio sono state tante. Oggi posso dire però che è stato un lungo e difficoltoso percorso.

Qual è per te l’importanza di recuperare un antico marchio, anziché crearne uno da zero?
La storicità. In Italia, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, c’erano tanti birrifici cittadini e l’idea di ridare alla città la propria birra per me non ha eguali rispetto a creare un nuovo marchio. Anche se non sono perugina, il fascino di recuperare un marchio antico mi ha subito coinvolta e conquistata. Secondo me è un valore aggiunto che pochi possono avere.

Birra Perugia

La vostra produzione è iniziata da due stili singolari nel contesto birrario italiano, Golden Ale e American Red Ale. Come mai avete deciso di farvi conoscere proprio attraverso questi due stili così impegnativi?
La nostra idea di birra era ed è tutt’oggi la stessa: birre di ispirazione anglosassone, semplici ma non banali, beverine e che possano mettere d’accordo più palati. Quindi, è stato spontaneo iniziare con una Golden Ale e una Red Ale che, apparentemente, sono una semplice bionda e una rossa ma che sono invece complesse per raggiungere l’idea che avevamo di birra.

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Ritieni che produrre una buona Golden Ale richieda più tecnica ed esperienza rispetto a quanta ce ne voglia per una Ipa? Come spieghi che il punto di partenza di tanti nuovi birrifici italiani sia proprio quest’ultimo stile?
Secondo me ogni stile ha la sua complessità. Sicuramente il motivo per cui tutti si approcciano iniziano con le Ipa è soprattutto la richiesta del mercato, poi è l’originalità che fa la differenza. Noi abbiamo deciso di puntare su un classico, una English Ipa che si chiama Suburbia grazie anche all’estro di Bruno Carilli (è una collaborazione con Toccalmatto, ndr) e ci sta dando soddisfazioni. Ma non posso negare che la birra che più non fa dormire me e Luca, il birraio che lavora con me, è sempre stata la Golden che con il suo precario equilibrio e la sua delicatezza non è scontata. Nella mia piccola esperienza, ritengo che sia più complicato raggiungere ottimi risultati con questo stile che con un’Ipa. E anche per questa ragione mi emoziono sempre quando la nostra Golden ottiene dei riconoscimenti importanti!

Come mai avete pensato di proporre anche il sidro?
Il sidro è nato come un gioco, l’idea è di unire un mondo diverso alla birra, oltre a un nostro concetto di prodotti tipici e locali. Usiamo mele e miele con lievito saison e il risultato ci ha convinto: lo rifaremo presto!

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