Al Mèni 2016: cosa vi siete persi

21 giugno 2016

Al Méni, giunto alla sua terza edizione a Rimini, nel grande tendone installato in piazza Federico Fellini, conferma di essere la manifestazione più pop del panorama culinario italiano. lo spirito di questa manifestazione in cui è stato preparato cibo popolare, gustoso, da leccarsi le dita La manifestazione è stata ideata da due figure chiave: Massimo Bottura che, fresco di incoronazione newyorchese al vertice dei World’s 50 Best Restaurants, è stato sempre presente dall’inaugurazione alla chiusura, fervido e adrenalinico come sempre; Enrico Vignoli, che ha portato, ancora più quest’anno, l’afflato del Postrivoro, di cui è uno dei creatori, sotto il tendone riminese. Nessuna idea di convegno gastronomico, nessuno chef sul palco a portare novità o a illustrare il verbo, ma 24 cuochi, 12 stranieri, 12 emiliano-romagnoli a cucinare, (ognuno di loro ha preparato più di 250 piatti) e a servirli, aiutandosi tra di loro, contando su una squadra di volontari e di studenti dell’alberghiero che gira alla meraviglia.

Massimo Bottura con Tabata Hanninen e Ludovic Mey

Il pubblico pagante mangia, approva, contesta, soprattutto quando le porzioni finiscono e si deve attendere il piatto successivo. Una manifestazione, per l’appunto, popolare. Quest’anno i cuochi hanno saputo cogliere, meglio che mai, lo spirito di questa manifestazione, preparando cibo popolare, gustoso, spesso da leccarsi le dita e noi abbiamo cercato di ricavarne alcuni spunti.

Street food

tacos rosio sanchez

taco di rosio sanchez

Quesadillas, tacos, tostadas: il repertorio completo del cibo da strada latino americano è stato rivisto e interpretato sul sentiero della materie prime italiane. E allora scamorza e squacquerone nel ripieno della quesadilla di Emilio Macias, messicano giramondo pronto ad aprire il suo primo ristorante a Lima, convivono con le alghe andine. Mozzarella nel travolgente taco, avocado e mole negro di Rosio Sanchez, che da Wylie Dufresne a René Redzepi, ha deciso di fermarsi in Danimarca per aprire la Hija de Sanchez, bottega dove la cucina messicana è protagonista. Il dietro le quinte del suo intervento è stata una corsa a finire gli ultimi tacos, con quel mole da farci il bagno dentro.

fiore di zucca ciotti

fiore di zucca di stefano ciotti

E gli emiliano-romagnoli? Il fiore di zucca fritto ripieno di canocchie di Stefano Ciotti, fresco di apertura a Pesaro con Il Nostrano, è croccante e di iodata esplosività.

il cannolo preparato da rino duca

il cannolo preparato da rino duca

Unica concessione dolce della due giorni: il cannolo, dall’involucro perfetto, ripieno di ricotta vaccina (siamo o non siamo in Emilia Romagna?) su una soave salsa di ciliegia di Rino Duca, siciliano esportato a Rivarino con il suo Grano di Pepe. Il cannolo ci conduce alla chiusura dei pranzi domenicali, quelli dove la pasta è protagonista e si sente odore di casa.

Casa

spaghetti vongole

spaghetti alle vongole di giampiero raschi

I primi, per l’appunto, sono il piatto simbolo identificativo della cucina italiana, insieme alla pizza, di cui però quasi ci vergogniamo quando si parla di alta ristorazione: troppo semplice, troppo facile. La fila per gli spaghetti alle vongole con il pomodoro, come li faceva la sua mamma, di Giampiero Raschi, quasi padrone di casa perché il suo ristorante Guido sta a due passi dal tendone di Piazza Fellini, parla da sola.

maltagliati mariagrazia soncini

i maltagliati di maria grazia soncini

I Maltagliati vongole di Goro e salicornia di Maria Grazia Soncini della Capanna di Eraclio, di cui gli chef stranieri hanno fatto scorpacciata (e un motivo ci sarà), non erano da meno. Restando sul versante della semplicità, abbiamo assaggiato anche le cozze e pomodoro di Gianluca Gorini, dove la tecnica di lavorazione degli ingredienti faceva risaltare le materie prime come fossero in rilievo.

I piatti migliori

risotto semi

risotto di semi di girasole

Ma detto questo ci tocca parlare dei piatti che più ci hanno colpito: partiamo con il Risotto di semi di girasole, erbe di campo e mimolette di Tabata Hanninen e Ludovic Mey, coppia ai fornelli e nella vita a Lione, nel fresco d’apertura Les Apothicaires.  Lei a cuocere e mantecare il risotto di semi di girasole con crema di lattuga, lui a montare il piatto su una crema di erbe, completandolo con altro vegetale fresco e una grattata di mimolette. Una consistenza unica, un tocco oleoso, il leggero amaro delle erbe: un risotto finto ma buono.

sanguinaccio

il sanguinaccio di Philipp Rachinger

E poi, proprio in chiusura, il Sanguinaccio, rabarbaro, rape rosse di Philipp Rachinger, austriaco, tornato a casa nel ristorante paterno (e il padre c’era a presentare una classica sella di cervo, zucca, salsa al caffè). Quasi intimidito, chissà anche dalla presenza del genitore, ha tirato fuori uno di quei piatti canaglia: dolce, ferroso, terragno, che ha risvegliato anche i palati più stanchi da due giorni di assaggi.

Considerazioni finali

Il gelato di Takahiko Kondo per Al meni

Il gelato di Emilio Macias

Due notazioni a margine: una riguardo al gelato e al suo ruolo nella cucina. In uno spazio esterno curato dalla Carpigiani University, Gelato d’autore, alcuni degli chef presenti, da Taka Kondo a Emilio Macias, da Terry Giacomello ad Aurora Mazzucchelli si sono cimentati in gelati gourmet, il che meriterebbe un discorso a parte. E poi una nota di colore: gli chef italiani erano quasi tutti nella classe divisa d’ordinanza, gli stranieri molto informali, in maglietta e al limite in grembiule. Vorrà dire qualcosa?

  • IMMAGINE
  • Francesca Panozzo
  • Alfonso Isinelli

I commenti degli utenti