I peggiori pasti dei colleghi in pausa pranzo

8 settembre 2016

C’è chi cerca lavoro solo per godersi appieno la pausa pranzo, per arrivare stanco e soddisfatto a quei 40 minuti scarsi che nutrono anima e corpo; c’è chi continua a lavorare fino alla pensione, non si licenzia, non batte i pugni contro il muro maledicendo la propria vita, solo perché la pausa pranzo lo salva; perché quello stacco tanto sospirato dall’isterica vita lavorativa dona un’autentica esperienza rigenerante. la gente spesso manca di gusto e lungimiranza, così in ufficio si portano spesso pasti tremendi Il pasto ideale per la pausa pranzo si guadagna svicolando furtivamente nella trattoria più vicina, dove una sapiente signora d’altri tempi cucina per noi quello che da mille anni cucina per la sua famiglia. In tante occasioni, privilegiamo la varietà che stimola il libero arbitrio e così ci gettiamo a capofitto nei buffet veloci, dove tutto è pronto e riempiamo il piatto con 4, 5, 12 pietanze diverse. La maggior parte delle volte, ahimè, dobbiamo prepararci il menu da asporto noi medesimi, a casa, la sera prima. E quello che portiamo al lavoro è il riflesso della nostra esistenza. Non tutti sono come noi: la gente, si sa, manca di gusto, buon gusto, eleganza e lungimiranza; così, quello che arriva in ufficio è spesso il pasto del demonio. Non solo bisogna tollerare i discorsi di chi ci sta accanto, siamo costretti a subire i loro orribili pasti. Ecco i rischi peggiori che si corrono, ossia i peggiori pasti che i colleghi portano in pausa pranzo.

  1. scatoletta di tonnoPesce. In ufficio i pesci accettabili (e, se siete gente che offre, graditi) sono: salmone affumicato, sgombro, alici. Stop. Quando vi viene in mente di chiudere nell’alluminio le cozze di nonna, la trota di ieri, lo scorfano in umido, il nero di seppia,  siete soltanto degli improvvidi. E il vuoto attorno che vi siete creati in treno dovrebbe già avervi messo sull’attenti; troppi sughetti, troppo aglio e, soprattutto, troppo odore. Riservate il pesce per le uscite romantiche sul lungomare, in ufficio optate per una soluzione più sobria.
  2. cheeseburgerCheeseburger. Il cheeseburger lo porta, immancabilmente, il tuo vicino di scrivania, che ogni sera si ripropone di preparare pasta fredda con olive e basilico e ogni mattina si riduce al peggiore dei fast food. L’olezzo del cheeseburger è cangiante: si parte al risveglio con un asprigno indefinito e si finisce, all’ora di pranzo, con un incontrollabile aroma di cetriolo, carpaccio di manzo vecchio, pecorino lasciato fuori dal frigo, erba tagliata e sudore. Ma il momento più tragico non è ancora arrivato: arriva quando al collega, mentre ti parla, cola formaggio arancione lungo il mento. È un momento che ti fa rimpiangere le cene della domenica con tua moglie, sua madre, sua nonna e le conversazioni sui loro parenti.
  3. avanziAvanzi. Quella di assemblare pasti con gli avanzi è un’arte, nobilissima e antica, che va rispettata; non basta prendere quel che resta e farlo scivolare nel tupperware. L’arte del riciclo presuppone profonda sensibilità e ideali saldi: non si addice a quei colleghi che indossano cravatte con le vignette disegnate sopra. Si possono portare gli avanzi in ufficio, ma bisogna discernere. Intanto, dipende cosa avanza: vitel tonnè sì, trippa no; in secondo luogo, consideriamo i tempi: avanzi di ieri sì, avanzi di Ferragosto se siamo a Natale no. Infine, abbiate comunque misura, si ricicla una volta, non venti: il primo dessert preparato con la colomba avanzata sì, il quindicesimo no.
  4. salami tipiciSalami tipici. Già l’antipasto di terra è quasi relegato in un passato mitico, ma mentre risulta accettabile in una balera che fa liscio, è assolutamente intollerabile in ufficio. Eppure ogni azienda ha un lavoratore instancabile, che non fa un’assenza da mille anni, il quale millanta amicizie da ogni regione d’Italia, per cui gli arrivano mozzarelle, salami, prosciutti, sottoli, che assolutamente non puoi non assaggiare. E davvero non puoi: lui brandisce la forchetta come un lanciafiamme e t’ingozza come fossi un’oca per il foie gras. Assaggi che ti fanno odiare, nell’ordine, il cibo, il lavoro, la vita, la natura sociale dell’uomo e l’olio.
  5. barretteBarrette energetiche. Di per sé, non farebbero male a nessuno. Occupano poco spazio, non ungono, non mandano odori indesiderati, nessuno vuole farteli assaggiare a forza. Il vero problema delle barrette energetiche è chi le porta: donne in tailleur con le vene del collo tutte esposte che, mentre mangi un panino, maledicono te e i carboidrati complessi. Loro si abbuffano di bacche di Goji per cui hanno ipotecato la casa, ma tu sei il male; sei come un conglomerato di caseina e lattosio che cammina e minaccia il mondo. La tua pausa pranzo diventa un lungo, imponderabile senso di colpa.
  6. mangiare insalataInsalate. Le insalate, a maggior ragione, non hanno mai fatto male a nessuno. Nei giorni di malinconia, le trovi persino buone. Come per le barrette, il problema è il proprietario: dopo aver raspato con foga da apocalisse tutte le foglie di lattuga e una quindicina di albumi d’uovo, è assai probabile che i colleghi scostino i tavoli per fare stretching. E li vedi lì, sudati, affaticati, che gracchiano lamenti indistinti. E allora preferisci quasi quel collega che ti costringe a vedere al computer tutti i video di cani che cadono dal divano. E sogni la pensione per non avere più pause pranzo, per avere un sano, tranquillissimo pasto alla mensa del centro anziani.

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