Food Delivery War: chi conquisterà il mercato?

16 settembre 2016

Tra Danimarca e Inghilterra si gioca una partita da milioni di euro. Non stiamo parlando di politica estera o brexit. Parliamo al solito, di cibo. E del piacere intenso di mangiare leccornie senza cucinarle e senza spostarsi da casa, se non per avvicinarsi alla porta per accogliere il fattorino. Ognuno di noi ha sul proprio taccuino il numero di 4 – 5 indirizzi del cuore da utilizzare come salva cena. Si chiama, si ordina, il fattorino della pizzeriasottocasa arriva più o meno celermente, altrimenti ci si accorda e si passa di volata a ritirare il proprio pasto. L’internet sta cambiando le regole del gioco. Come? Il Food delivery ha avuto in questi due ultimi anni una parabola di crescita difficile da tracciare, prevedere, calcolare ma facilissima da comprendere.  Gli esperti di food delivery ci raccontano il loro modello di business e come cambierà in futuro  Ce l’hanno spiegato alla Social Media Week Matteo Sarzana (General Manager Italy, Deliveroo) e Daniele Contini (Country Manager Italy, Just Eat), esponenti dei due player più corposi sul suolo italiano. Italia è un segmento di mercato che fa gola a tantissimi. Il cibo per noi è una cosa davvero seria, anche se confezionato altrove e mangiato in casa alla chetichella, per pigrizia, o alla ricerca della convivialità. I numeri del mercato nazionale del cibo da asporto fanno girare la testa. Si parla di stime da due milioni di euro. Avvicinarsene anche lontanamente sarebbe una vera vittoria. È allora ci si chiede se le aziende davvero affilino i coltelli per raggiungere il primato. Beh, dopo aver analizzato i contendenti vi stupirete della risposta.

JUST EAT

just eat

L’anno di nascita è il 2001, il luogo la lontana Danimarca. L’idea è quella di aggregare tutti i ristoranti che hanno un servizio a domicilio, riunirli in un solo portale in modo che per l’utente sia facile passare da un menu all’altro e comporre, nel ristorante scelto, il proprio ordine da asporto. Poi è stata l’Italia, 6 anni dopo, poi l’acquisizione di ClickEat e la molto nota Pizza Bo, poi la ricerca capillare di punti vendita e la creazione di una offerta ricchissima. Destinato a tutti, Just Eat raccoglie ad oggi più di 5000 ristoranti in oltre 400 comuni. E sì c’è anche l’Isola d’Elba. L’offerta è decisamente varia e, se dal principio ad affiliarsi al servizio erano solo gli indirizzi che già vantavano un servizio di delivery proprio, con il tempo Just Eat si è legato a servizi di consegne e spedizioni che spesso lavorano in esclusiva per loro. Quindi vario, capillare e sempre disponibile. D’altronde il 93% degli italiani non vive nella Capitale e neanche nel capoluogo meneghino. Nell’offerta: hamburgherie, pizzerie, ristoranti, etnici, fast food e qualsiasi indirizzo degno di nota. Nel futuro? La consegna con i robot.

DELIVEROO

deliveroo

È il mondo delle consegne in chiave british: di qualità, rapido, a un costo equo. È la storia di una esplosione, un azienda nata nel 2013 che in un paio di anni si è diffusa in 12 Paesi, con sempre nuovi investimenti dietro l’angolo. A renderla speciale il legame con i ristoratori di alta o altissima qualità. Questi ultimi, non avendo un servizio di consegna, sposano la causa Deliveroo affidando ai fattorini (logatissimi e bardati per resistere a varie intemperie e problemi di ogni sorta) piatti per palati raffinati o per sperimentatori seriali. In pack logati, con borse termiche logate. Tutto Deliveroo si muove su un sistema logistico proprietario (che mette al sicuro dalle acquisizioni) e permette di coprire le città, con un numero di fattorini variabile, suddividendo i territori in zone. Presente a Roma, Milano e Piacenza, conta di espandersi in altre città a strettissimo giro. Per diventare fattorino occorre scaricare un’app, il contratto è di collaborazione e, a chi volesse avvicinarsi a questo mondo, viene fornito un kit che rende facilmente riconoscibili. Giubbottini e caschi per la bici sono inclusi. Il pagamento da parte del cliente ammonta a 2.5 euro, al fattorino è dato un corrispettivo variabile e km per la versione scooter, standard se ci si muove in bici. La vera forza sta nei tempi di consegna: non più di 32 minuti per raggiungere qualsiasi punto della zona. Allo scattare del 33simo minuto parte un sistema di compensation per il cliente.

Ma l’Italia? Cosa è nato a livello locale? Cosa sopravvive alle grandi acquisizioni? Chi innova? Chi reinventa? Una cosa per volta. Un caso su tutti.

MOOVENDA

moovenda

“Faccio pitch vedo angels” op. cit. Chi non sia addentro al mondo delle startup salti la citazione e si prepari al racconto. Per coloro i quali pitch è una parola un po’ desueta ma che conserva un significante e un significato, ebbene sappia che proprio di una idea da pitch stiamo parlando. Moovenda è una startup tutta italiana, romana, giovane (anche troppo se guardata da chi pensa ai vent’anni con un velo di malinconia) ed energica. La storia inizia quando nasce l’idea di un mondo di fattorini 2.0, che trasportano corrispondenza e pacchetti tra vari professionisti, ma presto, prestissimo, si lega alla ristorazione. Poi passa attraverso incubatori e acceleratori, a una crescita (negli ultimi 10 mesi) degli ordini del 1000%. Intorno a Simone Ridolfi si concentrano gli sforzi di Filippo Chiricozzi e Simone Terranova e altri 14 ventenni o poco più che fanno di questa azienda una realtà in continuo divenire. E poi ci sono i più di 100 moovers e il numero in crescita dei clienti. Moovenda è il giusto mezzo tra Just Eat e Deliveroo? In realtà dell’uno e l’altro condivide peculiarità sebbene rifugga i paragoni. Il punto di forza è la nuvola di moovers e l’algoritmo proprietario. Roma è quasi completamente raggiunta. I ristoranti sono selezionati e gli utenti alto spendenti, le consegne ti raggiungono anche se non sei un quartiere decisamente centrale. L’interfaccia poi è tutta nuova, il rilancio del sito è avvenuto circa una settimana orsono.

Chi vince?

Nessuno. Perché combattono sullo stesso fronte. Il mercato è così ampio e variegato e permette tali e tante opportunità che i player sono sì in diretta concorrenza, ma l’obiettivo primario è conquistare i fruitori potenziali. Parliamo di 7 milioni di persone. Questo rimane l’unico obiettivo: convincere gli italiani a usare il web per il proprio pasto d’asporto. La guerra è iniziata e alla fine chi vedrà cambiare lo scenario, beh, siamo noi.

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