Champagne Krug: riflessioni su mosaicismo e naturalità

30 settembre 2016

Ma tu sei Krug-ista o Salon-ista?”: è l’eterno dualismo del vino con le bolle più prestigioso del globo terracqueo, lo champagne, scontro paragonabile a quello dei fotografi divisi tra Canon-isti e Nikon-isti, o nel calcio tra i sostenitori di Pelè e quelli di Maradona. Due maison di fondamentale importanza, due stili diversi, due identità distinte, per lo champagne ci sono due maison di fondamentale importanza, nella cui terra di mezzo sta dom perignon due approcci così lontani eppur così vicini, in alcuni casi contrapposti: chi ama alla follia uno spesso trova l’altro non nelle proprie corde, nella terra di mezzo delle opposte fazioni c’è ovviamente il prestigioso e potente terzo incomodo che risponde al nome di Dom Perignon. Nel sedermi nel Parlamento champagnista non ho dubbi: Krug-ista (non estremista) ascendente Dom Perignon. Fatta la dovuta introduzione, giusto per inquadrare un minimo il gusto dello scrivente, perché parlare di mosaicismo? Tutto nasce da una riflessione maturata a margine di una delle Sensational Dinners, eventi creati dalla sinergia tra la maison Krug e acqua Ferrarelle all’interno di Taste of Roma, durante la prima delle cene in programma. Un Gennarino Esposito in forma smagliante – Risotto con pomodoro, limone candito, calamari e provola affumicata da urlo – e un ottimo Luca Turner a condurre le danze dei calici, in abbinamento ai piatti Krug Grande Cuvée.

sensational dinners

Uno degli champagne più prestigiosi in circolazione, un non millesimato (o sans année, come dicono i francofoni) che per prezzo (non banale) e qualità (consona al prezzo) non teme paragoni con moltissimi altri prestigiosi e costosi conterranei. Perché soffermarsi sul fatto che questo grande champagne non ha l’annata? È presto detto: il mondo del vino spesso si fa ammaliare dal mito dell'unicità e l'univocità del millesimo di provenienza il mondo del vino spesso si fa ammaliare dal mito dell’unicità e l’univocità del millesimo di provenienza. Soprattutto per gli champagne, gli appassionati sono disposti a spendere qualche euro in più (anche molti di più) pur di avere quella particolare bottiglia in quel determinato millesimo. E le cuvèe non millesimate? Passano quasi in secondo piano nella scala delle priorità, quasi snobbate per quell’idea di indeterminatezza del contenuto che in alcuni casi le contraddistingue. Eppure tutto dovrebbe portare all’opposta considerazione. Lo champagne è assemblaggio, non si può prescindere da questo concetto. Assemblaggio di annate, di vitigni, di singole parcelle, di fazzoletti di filari: è questo che probabilmente lo contraddistingue e lo rende unico nel mondo enologico. E Krug Grande Cuvée è l’estremizzazione qualitativa di questo concetto: cosa porta uno chef de cave – ovvero colui che si occupa di creare le cuvée – a utilizzare, come nel caso della cuvée assaggiata (la numero 115003), un blend quasi paritetico in proporzione di Pinot Noir, Chardonnay e Meunier, assemblando 183 vini diversi provenienti da annate comprese tra il 2007 e il 1990?

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La Grande Cuvée, come tutte le cuvée non millesimate prodotte dalle maison dello champagne, è il biglietto da visita dell’azienda e per essere tale deve avere delle caratteristiche ben precise: un target a cui lo chef de cave deve mirare, l’obiettivo minimo da raggiungere che i sensi del gusto e dell’olfatto devono riconoscere nel vino come caratteristica tipica o marchio di fabbrica, a ogni nuova uscita in commercio. Da lì deve partire per cercare di spingersi oltre. Un lavoro di precisione che non fa rima con omologazione ma con perfezione. È questo il punto di arrivo, il miraggio a cui puntare e per far ciò non si può confidare esclusivamente su madre natura come negli champagne provenienti da singola annata (che infatti, nella maggior parte dei casi, escono solo nelle annate migliori): bisogna far subentrare la sensibilità umana, la capacità di capire di cosa si ha bisogno bisogna far subentrare la sensibilità umana, la capacità di capire di cosa si ha bisogno, conoscere le singole vigne nelle singole annate e le singole basi di vino di cui si dispone per ottenere il meglio. Tanti vini per ottenerne uno, 12 annate delle 28 disponibili scelte in base alle loro caratteristiche: un assemblaggio di varie microvinificazioni anche della medesima annata, con la prevalenza dalla 2007, di sicuro non grandissima qualitativamente. Eppure il meltin pot enologico parla chiaro: è uno champagne di classe, precisione e artigianalità sopraffine, agrumato, succoso, tecnicamente ineccepibile con una bollicina carezzevole e cremosa. In sintesi: è la sublimazione del savoir faire.

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La riflessione giunge ora, a valle di tutti questi dati e considerazioni: in un periodo in cui le rotte del vino portano in direzione opposta, ovvero quella del minor intervento umano possibile in cantina in favore di una maggiore espressione della singola annata e del singolo vitigno, con l’esaltazione del piccolo vigneron a discapito di maison storiche con numeri produttivi non trascurabili, questa direzione quasi demodé in realtà acquista per me un fascino difficile da spiegare. Sottolinea quanto l’uomo sia ancora centrale nella costituzione di un vino, non per il gusto di aggiustare o mascherare il difetto ma per la ricerca della qualità massima possibile, per l’arte di creare ogni volta un prodotto che riesca a raggiungere un obiettivo complicatissimo. Non è revisionismo enologico ma senza la conoscenza delle vigne, delle uve, dei singoli cru, sarebbe impossibile creare un mosaico in cui tutto si va incastrare al posto giusto, nella giusta proporzione e nel giusto verso: c’è bisogno di uno stretto rapporto tra la terra, la vigna, il vino e l’uomo per essere ragionevolmente certi di non sbagliare. In fin dei conti cosa c’è di più naturale?

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