Marroneto: un Brunello preciso

24 novembre 2016

É il racconto di un outsider diventato improvvisamente e giustamente protagonista. Con merito, impegno e fatica.il marroneto è un'azienda vinicola famosa per la produzione di brunello di montalcino È una parte della libreria della vita messa a disposizione per pochi fortunati presenti a Sangiovese Purosangue, manifestazione di passione e orgoglio sul e per il Sangiovese, ideata da Davide Bonucci per dimostrare la grandezza di questo vitigno in tutte le sue espressioni e luoghi e nata per rispondere con i fatti alla proposta del 2011 per la modifica del disciplinare del Rosso di Montalcino, quella in cui si cercò di far ammettere i vitigni internazionali. Il Marroneto partecipò sin dalla prima edizione, con la fierezza tipica di chi aveva sposato dalla nascita la causa del binomio Sangiovese-Montalcino.

Azienda Il Marroneto

Ma chi e cosa è il Marroneto? Il Marroneto è lo spirito guascone e l’allegria di Alessandro Mori, il sorriso e la gentilezza di Lucia Nannetti, la compostezza e la competenza dell’enologo Paolo Vagaggini; è soprattutto il Brunello, testardo e fedele al proprio stile negli anni, devoto a un ideale di eleganza e finezza anche quando tutto il mondo pareva andare in direzione opposta. E il racconto comincia dalle origini di quell’idea, dal 1974 con l’acquisto dell’azienda e da quel torrione del 1247 vicino al convento della Madonna delle Grazie che le monache utilizzavano come silos per la farina di castagne, utilizzata per realizzare il pane da offrire ai viandanti sulla Via Francigena. Interno giorno: due ragazzi giovanissimi, 13 anni Alessandro e 17 Andrea, redarguiti da un signore venuto in azienda per mettere in chiaro le cose. “Ragazzi voi cominciate a fare vino per gioco ma questo è un gioco serio. Questa è un’uva che ci ha messo 3000 anni per adattarsi al nostro territorio, quindi portatele rispetto. Fare Sangiovese significa fare un vino che i nostri grandi hanno bevuto: Leonardo da Vinci, Giotto e anche Boccaccio scrisse il Decamerone sotto l’influsso e l’ispirazione del Sangiovese. Portare rispetto al vino significa portare rispetto a chi lo beve, la pulizia è la prima cosa: in cantina e nel vostro cuore“.

Marroneto Sangiovese

Quel signore era Mario Cortevesio, un grande enologo che diede una visione diversa per il Brunello di quel periodo: non più vini strutturati e potenti frutto di macerazioni lunghissime e vinificazioni approssimative ma la ricerca di minor estrazioni, minor componenti dure e maggior bevibilità. Cortevesio per Alessandro era e sempre sarà quell’uomo che sorride non più vini strutturati e potenti frutto di macerazioni lunghissime e vinificazioni approssimative per via di un’operazione alla gola che lo limitò negli ultimi anni al Marroneto. Un grande uomo si stava per defilare, un altro grandissimo incrociava il proprio destino con Alessandro, affiancando Cortevesio in quel periodo difficile. Un maestro del Sangiovese che ha segnato il percorso di molte aziende che, ancora oggi, non possono fare a meno di tributargli i giusti onori: Giulio Gambelli. Personaggio di carisma e fascino, di poche e importantissime parole, rimaste impresse a tutti mentre passeggiava tra le botti, assaggiandole una a una. Passi lenti col calice in mano pronunciando un sicuro pronto, un dubbioso da rivedere fino alla quintessenza di ciò che per Alessandro doveva essere il suo vino: preciso, cioè un vino in cui vitigno, territorio e  produttore avevano lavorato in perfetta armonia. Una sola parola, non di più. Poi il lavoro di avvocato a Roma, passando per Firenze e il ritorno nell’azienda, quel balocco che lo aveva accompagnato durante la giovinezza. In ogni momento il suo Brunello era lì a testimoniare i cambiamenti, climatici e non, interprete di anni felici e tristi, di stagioni complicate e favorevoli.

Azienda Il Marroneto

Si comincia a sfogliare l’album preso dalla libreria della vita, il passato di Alessandro sotto forma liquida. Non solo grandi e grandissime annate per gridare la propria bravura su un terreno relativamente semplice (perchè nel vino nulla è semplice) ma un percorso di vita e di vino rappresentativo e non dimostrativo. Si parte con il 1980, la prima annata imbottigliata, il ricordo di una giovinezza spensierata sopra un Benelli bicilindrico che da Genova arriva fino in Spagna, sottile e garbato, uno scheletro acido forte a sostegno della rilassatezza acquisita. Il 1987 è anch’esso figlio di un’annata non eccelsa, l’anno del trasferimento di Alessandro a Roma, un distacco che si percepisce nel vino con l’acidità che scoda e scalcia ancora, in un corpo necessariamente esile. Ma il Brunello non si arrende, il Sangiovese resiste e riesce ancora oggi a far sentire la propria voce autorevole. Il 1989 è accomodante e mellifluo, insiste sulle dolcezze ma è sostenuto da una verve sapida invidiabile. Fin’ora il più crepuscolare, da annata non certo indimenticabile anche perché un altro pezzo della cantina aveva lasciato il Marroneto: Ottavino Temperini, esausto per il lavoro immenso e l’assenza forzata di Alessandro, andò a Le Ragnaie, grandissima azienda licinese. Il 1992 è integro e pulito, maturo e e felpato, ben proporzionato tra sbuffi tartufati e d’anguria ma privo di slanci emozionali, di quel pizzico di gioia necessaria. Alessandro si trasferì da Roma a Firenze. Una sorta di esilio per lui, per la sua personalità solare e allegra: la Capitale, pur con il lavoro di avvocato a impegnarlo e a tenerlo lontano dall’azienda, era movimentata e piena di cose da fare, a Firenze invece si sentì improvvisamente stretto. Il suo vino è riflesso fedele dell’annata e di questa fotografia di vita.

Azienda Il Marroneto

Dal 1994 la svolta. A Febbraio, in seguito a un rocambolesco incidente, Alessandro conobbe quella che diventò poi sua moglie. Dopo una vacanza insieme, decise di farle conoscere il luogo che aveva rappresentato il serissimo gioco della sua giovinezza  e, ci voleva un colpo di coda, bisognava riprendere in mano le redini e ridar vita a quel luogo una volta lì, si rese conto che l’azienda era nell’abbandono: rovi ovunque tra le viti, le strutture decadenti e un senso di desolazione diffuso. Ci voleva un colpo di coda, bisognava riprendere in mano le redini e ridar vita a quel luogo. Così fu, anche nel vino: sanguigno, elegante, succoso, longilineo pur non avendo alle spalle il necessario lavoro di vigna per renderlo ancora più pieno. Addio avvocato, benvenuto contadino. L’anno successivo fu l’anno di scelte difficili: Riccardo Cotarella o non Riccardo Cotarella? Essere o non essere Alessandro Mori? Perdere la propria specifica identità in favore del famoso winemaker o insistere su quella strada tortuosa che l’aveva riportato di nuovo lì? Rivoluzionare la cantina perdendo la libreria della vita per inseguire mode e stupore o resistere? L’impegno era tanto ma in un mondo che premiava vini diversi, più concentrati e potenti, il suo Brunello era considerato fuori moda. Era il periodo delle scelte drastiche in vigna, dal 1996 cominciarono le prime prove del Madonna delle Grazie, la sua selezione di Brunello ormai entrata nell’olimpo dei grandi. Poteva tradire se stesso? Giammai. Rimandò indietro le 48 barrique già comprate, ringraziò Riccardo Cotarella e continuò come sempre aveva fatto. Tirando fuori un vino caleidoscopico, salmastro come se avesse il mare dentro, un cesto di agrumi che torna in ogni stilla al sorso. Un campione vero.

Azienda Il Marroneto
Da quella difficile scelta, l’ascesa dell’azienda fu inesorabile, con molti bocconi amari prima dei meritati successi. Cominciando dal 1998, sfumato di chiaro/scuri, vino di ampiezza e rotondità, proseguendo col 1999 dal tannino fieramente imponente, selvaggio e scalciante; c’è poi il 2000 (primo anno in cui uscì il Madonna delle Grazie) che, come detto dal mio illustre compagno di banco, è un po’ ciccia e fianchi, la bella modella curvy su una passerella di prêt-à-porter. Il 2001 è il doppio petto fatto vino, l’eleganza della misura, potenzialmente eterno, bello da rendere inutili ulteriori parole; il 2003 è il lato scuro del Marroneto, l’annata calda per antonomasia che incupisce il cielo con saette potenti nel frutto e nel tannino, ruvido e pastoso, mentre il 2004 è troppo vecchio per essere vero, bottiglia poco felice che non rende giustizia al potenziale dell’annata. Col 2008 scende quasi una lacrima di commozione per il capolavoro fatto in un millesimo non certo memorabile ma che oggi è succo balsamico e pepato, di inarrivabile classe e beva compulsiva; il 2010 è l’Odissea nello spazio, l’attesa e il viaggio di un vino che verrà e che oggi è un vedo e non vedo, un tessuto tannico che nasconde una inarrivabile bellezza, l’anno della consacrazione al mondo che scoprì la bellezza proveniente da quel torrione a nord di Montalcino, continuando con il 2011 di morbidezza e generosità gustosa, calamita per il palato che trova quiete e armonia. Per chiudere, come in una chiacchierata tra amici, nella perfetta convivialità di un pomeriggio piovoso e freddo, con l’anteprima del 2012: una sintesi di 2010 e 2011, calore e classicità, frutto chiaro di precisione imbarazzante, il melograno che vira verso la visciola, per poi allungarsi in un sorso pieno, vigoroso, giovane, potente. Territoriale, pulito, identitario. Preciso.

Lascia il tuo commento

I commenti degli utenti