Eleonora Guerini: il futuro del vino secondo me

20 dicembre 2016

È l’editore che ha creato una svolta nel mondo dell’enogastronomia, partita il 16 dicembre del 1986 grazie al mai troppo compianto Stefano Bonilli: il Gambero Rosso nacque come un esperimento rivoluzionario per il tempo, abbiamo chiesto a eleonora guerini del gambero rosso di delineare un quadro sulla situazione enologica attuale e futura una sfida quella di parlare di cibo e vino d’élite partendo dalle pagine di un quotidiano fortemente di sinistra come il Manifesto. Indispensabile fu il contributo dell’amico Daniele Cernilli che diede vita alla guida dei Vini d’Italia: i Tre bicchieri divennero immediatamente per i produttori un premio ambito, un obiettivo da raggiungere per affermarsi nel gotha del vino italiano. A raccogliere l’eredità del Doctor Wine nel 2011 un trio di noti professionisti cresciuti proprio nel Gambero Rosso: Gianni Fabrizio, Marco Sabellico ed Eleonora Guerini. Affidiamo a lei il compito di delineare uno spaccato di quella che ancora oggi è considerata un riferimento imprescindibile nel mondo del vino per l’Italia e l’Estero, tra passato, presente e futuro, con qualche deviazione per conoscere meglio uno dei migliori palati d’Italia.

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Mi sembra obbligatoria una presentazione per i nostri lettori: Eleonora Guerini in poche parole
Eleonora Guerini detta Laleo, da alcuni detta anche Checosaaaaaa??!?!!!, ma ci vorrebbe De Cristofaro per rendere appieno la pièce. Cuspide leone/vergine, ascendente vergine. Classe 1973, pessimo millesimo, si sa. Ho un figlio di 17 anni, un fidanzato bello, intelligente e soprattutto molto paziente, un cane brutto e anarchico che si chiama Rumo. Adoro i pancakes, andare al cinema, la cosmologia. Non c’è niente che mi affascini quanto l’intelligenza, che mi irriti quanto l’ordinarietà. Sono una persona severa, ipercritica, generosa e sofistica. Ma vengo dal Bronx, sono stata per anni un’ultrà, quella parte maleducata e irriverente fa tuttora parte di me.

Come e perchè il vino è entrato nella tua quotidianità e nella tua vita
Dopo il liceo mi sono iscritta a Scienza Agrarie a Bologna, volevo diventare enologa. Come sia arrivata a quella decisione mi è tuttora poco chiaro. Ero nel pieno della mia fase di ribellione, ero poco conforme, decisamente antagonista, più punk che rock’n roll. Negli anni Ottanta mio padre adorava il Tignanello, era il vino dei pranzi di Natale. Ma non saprei dire se sia stato quello ad aver acceso la miccia. Del vino mi piaceva l’elemento conviviale, la tavola, lo stare insieme, l’euforia dell’ubriachezza… Oggi so che per lungo tempo il mio rapporto con il vino è stato schematico: alunna diligente che studiava ogni pubblicazione avesse a che fare con il vino, appassionata ma poco consapevole, assaggiatrice seriale ma un po’ frigida. Poi il mio primo viaggio in Borgogna. Erano i primi anni ’90, ho vissuto sei mesi a Dijon grazie al progetto Erasmus, facendo uno studio sull’evoluzione dei tannini nella maturazione del pinot noir. Nel tempo libero, tra un prelevamento in vigna e un altro, visitavo cantine, e ho conosciuto Christofe Roumier. Un uomo antipatico, scostante e irritante. Ma i suoi vini hanno rappresentato per me un prima e un dopo. Quella capacità di soddisfare sia fisicamente che intellettualmente… In quel momento ho capito che cosa avrei cercato nei vini.

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Siamo arrivati al trentesimo anno della guida dei Vini d’Italia che ti vede curatrice in prima linea insieme a Marco Sabellico e Gianni Fabrizio: un traguardo prestigioso per una pubblicazione di importanza nazionale e internazionale. Da più parti si parla della crisi dell’editoria e delle guide del vino, cosa ne pensi? Quanto conta avere un team affidabile e competente alle spalle?
La crisi dell’editoria è un problema serio e complesso, non solo per le conseguenze sul mondo del lavoro. Lo è perché più di tutto ci racconta come i tempi attuali prediligano l’informazione sul web, spiccia e breve, piuttosto che le riflessioni e gli approfondimenti. Sulle guide dei vini il discorso è decisamente articolato. Le guide dei vini sono sempre state uno strumento di divulgazione con un fine commerciale. Qualcuno ha pensato, giustamente, che un comparto così importante nell’ambito produttivo, così difficile da comprendere e valutare nella sua complessità e nella sua ampiezza, avesse bisogno di figure professionali che facessero in qualche modo da interpreti. È successo in tutti i paesi produttivi prima e distributivi poi, ed è anche la storia della Guida dei Vini. Per 20 anni ci si è occupati di far crescere, attraverso un interesse sempre più ampio, addetti ai lavori e fruitori del Bel Paese, poi con il tempo e un’apertura sempre più grande ai mercati del mondo e la globalizzazione il ruolo delle guide è parlare al mondo. Non c’è una crisi delle guide. Ci sono guide che hanno senso perché parlano al mondo e guide che non ce l’hanno perché parlano al proprio ombelico. La guida era e rimane uno strumento commerciale: avere un Tre Bicchieri (come anche un Due Bicchieri di cui si parla purtroppo sempre troppo poco) serve alle aziende per dire che quel vino non è solo buono, ma più buono di tanti altri e per questo va preferito. Ed è questa la ragione per cui prendere o meno i Tre Bicchieri non è la stessa cosa. Anche per quelle aziende che giocano a essere superiori a tutto. Avere un team competente e affidabile poi è fondamentale. Le guide non si fanno da sole, ci vogliono persone preparate che ogni anno assaggino migliaia di vini e che di quegli assaggi facciano un report puntuale. Puntuale nei contenuti ma puntuale anche nelle consegne. La macchina che arriva a pubblicare una guida è complessa. Ci va senso del dovere, spirito di gruppo e di abnegazione. Noi ormai abbiamo una squadra davvero di altissimo profilo.

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Il vino, come molte passioni, ha le proprie fasi e le proprie mode. Quanto hanno influito nella vostra Guida? E quanto hanno influito per l’ Eleonora Guerini degustatrice?
È innegabile che il gusto sia cambiato, e tante volte, e non solo nella critica. Fa parte di ogni processo di crescita. Quando si è neonati si prediligono certi gusti, poi crescendo a quei gusti se ne aggiungono altri che magari col tempo vanno proprio a sostituire quelli originari. Di certo noto che molto spesso dietro a un gusto c’è un’ideologia, che porta, quasi come fosse una missione, ad amare per forza un certo tipo di gusto. Questo a me personalmente non interessa ora e non è mai interessato. Non sono ideologica mai, le ideologie, per loro natura, impediscono al cervello di lavorare, non fanno entrare nel merito, ti costringono a prendere il pacchetto per come è. A me invece piace sempre entrare nel merito, fare i distinguo, insomma usare il cervello. Per quanto riguarda me, come degustatrice, temo di rappresentare un noioso esempio di degustatrice reazionaria. Chiunque assaggiava con me 20 anni fa può dire che i vini che mi piacevano allora sono quelli che continuano a piacermi ora. Cioè vini in cui territorio e vitigno sono riconoscibili. Le stronzate alla legno grande/legno piccolo, nord/sud, autoctono/internazionale non mi interessavano allora, figuriamoci ora.

Quasi 4 anni fa uscì un tuo editoriale che fu (erroneamente per me) preso, anche da qualche produttore, come un attacco frontale ai vini naturali. Secondo te il mondo naturale quanto e come è cambiato nel frattempo?
Il mio editoriale era contro i vini difettosi che usavano il lasciapassare del naturale per giustificare i difetti. Chiunque abbia preso quell’editoriale come un attacco ai vini naturali non ha semplicemente letto quello che c’era scritto. Il mondo naturale non è cambiato molto, almeno non mi sembra. Di produttori validi ce n’erano allora come ci sono oggi. E invasati incapaci di distinguere un cenno volatile dallo spunto allora come oggi. Tornando a quanto dicevo prima, è fondamentale entrare nel merito, parlare dei singoli produttori e dei loro vini, dire mondo naturale non vuol dire niente. Anche perché sotto quel cappello ci sarebbero biologici e biodinamici (che già non hanno nulla a che spartire gli uni con gli altri), così come i produttori di orange wines, quelli che usano le anfore, quelli della fermentazione spontanea e tumultuosa… A conti fatti tutto fuorché un gruppo omogeneo.

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Ogni 10 anni è riproposta la lista dei Tre Bicchieri Riscoperti, cioè quei vini che non furono premiati al tempo ma che si sono dimostrati meritevoli del massimo riconoscimento successivamente. Quanto è difficile interpretare vini, spesso, ancora non messi in commercio o appena imbottigliati? C’è un vino che avresti personalmente inserito oltre a quelli segnalati?
Tocchi un tasto dolente, anzi Il tasto dolente. È il punto debole delle degustazioni, da sempre. Le degustazioni alla cieca consentono la massima obiettività e anche il massimo divertimento per quanto mi riguarda. Scoprire i vini è uno dei momenti più eccitanti della degustazione. Subito nella testa si inanellano le tante degustazioni di quel vino, anno dopo anno, le conferme, le delusioni. Purtroppo però per quanto si sia dei professionisti e si facciano le cose con estrema serietà è un dato di fatto che il vino è organico e in quanto tale in movimento. Capita che alcuni vini non siano stati ben compresi al momento degli assaggi e questo è il nostro modo per dire: Scusateci, non l’avevamo capito allora.

Ora sfruttiamo biecamente la tua presenza per un consiglio finale: uno spumante, un bianco e un rosso, tra i Tre Bicchieri e non, che ti senti di suggerire a Agrodolce. E occhio al prezzo che c’è crisi!
Per lo spumante in finale mi piacque molto il Franciacorta Brut Rosé Boké ’12 di Villa ma sono sincera non mi è capitato di riassaggiarlo. Per il bianco il Fiano di Avellino ’14 di Picariello. Per il rosso il Chianti Classico LeVigne Riserva ’13 di Istine.

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