Gordon Ramsay-Verdicchio sola andata: Leopardo Felici e il suo Cantico

10 febbraio 2017

Prima di cominciare a far vino, devi cercare di capire il tuo vino”: le parole semplici di un padre al proprio figlio, l’inizio di un viaggio cominciato dalle splendide colline marchigiane, si inizia da una piccola realtà familiare, nata grazie a papà andrea, fatta di semplice e ottimo sfuso per le damigiane lasciandosi alle spalle una piccola realtà familiare, nata grazie a papà Andrea, fatta di semplice quanto ottimo sfuso destinato alle damigiane o alle cantine più grandi e importanti della DOC dei Castelli di Jesi. L’azienda, che oggi è gestita da Leopardo Felici, è ad Apiro, propaggine maceratese, insieme a Cingoli, in una denominazione che parla quasi totalmente anconetano. Un’area che nel passato veniva considerata poco vocata per la produzione del Verdicchio: troppo poco alcolici e troppo acidi quei vini per soddisfare la richiesta del tempo, meglio usarli come base spumante per i grandi imbottigliatori. Eggià, fu da queste colline che la spumantistica italiana attinse molto, senza che purtroppo si valorizzasse localmente un fenomeno che oggi è sempre più importante per il mercato interno: le bollicine autoctone. La ricerca del guadagno e dei prezzi concorrenziali fece svoltare verso la quantità a discapito della qualità, tarpando per anni le ali alla zona per quello che negli ultimi anni è una tipologia che desta molto interesse e che oggi vede altre regioni ben più affermate.

azienda-felici-5

Per Leopardo però le bollicine non erano l’obbiettivo, il chiodo fisso erano il Verdicchio e le vigne di Apiro, malgrado il mercato suggerisse di puntare su Chardonnay e Sauvignon, decise quindi di legare il suo futuro a quei filari ma non senza aver seguito i consigli paterni. Partì nel 2002 per Londra alla corte di Gordon Ramsay, per respirare l’aria internazionale e cosmopolita della capitale inglese, circondato dai bianchi francesi che dominavano le carte più prestigiose, lasciando le briciole a pochi supertuscan, allora molto di moda. Esperienza importante ma dopo due anni, nel 2004, giunse il momento di tornare per vivere l’atmosfera di un luogo simbolo del vino italiano: l’Enoteca Pinchiorri. Qui, tra bottiglie di grande prestigio da tutto il mondo, ebbe il piacere e l’onore di conoscere Giulio Gambelli, coautore del famoso Cannaio di Montevertine della famiglia Manetti, un vino nato e venduto in esclusiva per Giorgio Pinchiorri. Un mentore per quella che da lì a poco sarebbe diventata la sua avventura: “Uva sana, controllo della solforosa e pulizia in cantina”, il mantra gambelliano che ancora oggi è la sua stella cometa, il suo credo. Perché fare vino è istinto e ispirazione, tecnica e artigianalità, soprattutto rispetto del territorio e della biodiversità, la vigna come un piccolo ecosistema: il vicino laghetto, gli alberi tutto attorno, gli animali e gli insetti presenti in abbondanza, tutto concorre a arricchire e a rafforzare le difese immunitarie della vite, a renderla più sana e integrata nel paesaggio. Senza viti sane e forti ne risentirebbe l’uva e solo con un frutto integro il lavoro in cantina diventa semplice gestione e controllo che tutto si svolga nel migliore dei modi.

azienda-felici-2

Fattore per nulla scontato lì ad Apiro, a 400 metri slm alle pendici del monte San Vicino, l’adriatico a est con le sue correnti fredde invernali e la montagna alle spalle, a ovest, con i suoi quasi 1500 metri a creare ulteriore instabilità e a aumentare il rischio grandine ogni annata. Il resto è il terreno calcareo, un bianco che leopardo definisce uno spaghetto al pomodoro fresco, semplice ma non banale ricco di minerali e di arenaria, detriti fossili dell’era pliocenica, il savoir faire di Leopardo e del fido enologo Aroldo Belelli ma soprattutto l’uva: profumata, fresca, acida, croccante che si rispecchia nel vino , che si pone come l’anello mancante tra Matelica, Jesi geograficamente e nel calice, raggiungendo quell’equilibrio di eleganza e forza, complessità e piacevolezza, soprattutto per chi ha la pazienza di saperlo attendere. Attesa che vale anche per il base, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Andrea Felici, un bianco che Leopardo definisce uno “spaghetto al pomodoro fresco”: semplice ma non banale, immediato eppure difficilissimo da rendere davvero intrigante. È il frutto del blend di più vigne, dai 400 ai 600 metri slm, un mix di vigne giovani e non, il biglietto da visita dell’azienda, uno dei primi Verdicchio ad adottare per l’intera produzione di 60.000 bottiglie il tappo a vite sin dall’annata 2013. Una scelta per tutelare il consumatore e i propri vini, per azzerare o quasi la variabilità e i possibili difetti del sughero, consentendo di avere vini longevi con un minor utilizzo della solforosa.

azienda-felici-4

Calice alla mano non c’è che da confermare: del 2011 due bottiglie totalmente diverse, una più chiusa e confusa olfattivamente, l’altra accogliente, solare e espressiva, il 2012 floreale e ancora giovane ma nulla in confronto del 2013, floreale e agrumato, salino e verticale al sorso che si allunga acido e scattante. Un bianco giovanissimo. Il 2014 è l’anno in cui Leopardo decise di non produrre la Riserva, annata difficile da molti punti di vista, sia meteo che personali, un succedersi di eventi positivi, come la nascita della figlia Matilde, e non. La voglia di non rischiare prevalse, non senza una buona dose di rammarico per ciò che poteva essere, arricchendo però un vino sui toni verdi/mentolati che raccontano l’annata fredda e piovosa. Per chiudere il quintetto con l’Andrea Felici 2015, ricco e profumato, con la frutta potente e dominante sui toni gialli della pera. Giovanissimo e degno apripista per l’ingresso in campo del campioncino di casa Felici, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva Il Cantico della Figura. Un vero e proprio cru, una vigna vecchia di 50 anni, la memoria storica e le radici dell’azienda. Al contrario del fratellino che affina totalmente in acciaio, il Cantico sosta un anno in cemento per poi iniziare il suo percorso in bottiglia. Niente legno perché come dice Leopardo, citando Veronelli, “il Verdicchio non va domato ma cavalcato” perché ha forza, longevità e complessità senza bisogno di null’altro.

vini-federici

E in cinque annate questa Riserva dimostra il proprio rango, passando da una 2009 matura e in via di definizione, passando per una 2010 semplicemente scintillante e salina, salmastra e acuminata, ancora oggi con un potenziale evolutivo tutto da scoprire. La 2011, prima annata in cui è subentrato il tappo a vite per metà delle 6000 bottiglie prodotte, è un miracolo di eleganza e understatement rispetto all’annata torrida di cui prende i tratti caldi e soffusi ma non la ciccia sovrabbondante, la 2012 è ancora lì, impassibile all’incedere del tempo con il mazzetto di fiori e erbe aromatiche a incorniciarne l’olfatto e il sorso coinvolgente. E infine il Cantico della Figura 2013 a chiudere la serata, un vino che è un abbraccio e un arrivederci, una stretta di mano ricca di promesse e la voglia di mantenerle tutte. La dimostrazione che finché ci saranno giovani vigneron così attenti e motivati, il Verdicchio potrà avere il luminoso futuro che merita.

Lascia il tuo commento

I commenti degli utenti