Parla Carlo Cracco: cosa succede dopo l’addio a Masterchef Italia

8 marzo 2017
di Conte Garozzo

Lo ha dichiarato a Identità Golose: Carlo Cracco abbandona la cucina di Masterchef Italia, quella dei riflettori, quella che gli è valsa amore e odio (dipende dai punti di vista) quella del gossip e dei pettegolezzi. Carlo Cracco non è un vero chef; Carlo Cracco non sa cucinare; Carlo Cracco di qua, Carlo Cracco di là: sul cuoco vicentino due stelle Michelin se ne sono dette tante. È il caro prezzo della mondanità, della gloria televisiva, che molto ti dà e altrettanto ti nega. Il suo è un addio che sa di rivalsa, quasi a voler gridare: sono un grande chef e voglio dimostrarlo ai fornelli, lontano da rumors e chiacchiericci. Molte quindi le novità nella sua vita professionale, prima tra tutte l’apertura della nuovissima e scintillante insegna milanese all’interno della Galleria Vittorio Emanuele. L’ho incontrato, sempre curato e con il suo inconfondibile aplomb, proprio durante Identità Golose. Una piacevole chiacchierata tra due vecchi amici, più che un’intervista vera e propria.

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Sei diventato Ambasciatore del Gusto, l’associazione nata con lo scopo di valorizzare le eccellenze della gastronomia italiana. Cosa significa questo per te?

È un modo per cercare di fare squadra tutti insieme, dedicato ai cuochi indipendentemente dal ristorante o dal posto di lavoro dove si opera. È forse la prima associazione rivolta completamente alle persone che questo mestiere lo fanno (che quindi sono titolate a parlare) per cui ci sono cuochi che arrivano dall’estero, cuochi italiani, tutti quelli che si riconoscono in queste caratteristiche e che portano avanti con grande orgoglio tutto il Made in Italy.

Bisogna fare squadra, quindi. Quali sono i punti fondamentali per riuscirci?
Per fare squadra bisogna scegliere una persona, nella fattispecie Cristina Bowerman, che porti avanti un progetto. Lei si è fatta carico di tutta l’enorme responsabilità ma con un progetto, appunto. Noi dobbiamo sostenerla, dobbiamo cercare di fare tutta la nostra parte, mandando avanti lei che si è presa quest’onere. L’altro punto fondamentale per fare squadra è quello di rimanere uniti, cioè cercare di capire quali siano le nostre esigenze, quali i punti da valorizzare di più rispetto ad altri, fare un programma. Dopodichè metterlo in atto: questo è fare squadra e non andare in giro sparpagliati. Noi siam bravissimi, tutti, ma se riuscissimo a farlo in modo compatto avremo molta più forza.

Il tema di quest’anno a Identità Golose è il viaggio: contaminazione come integrazione?

La differenza non la fa chi utilizza elementi venuti da ogni parte, tanto per usarli, ma è riuscire con la nostra cultura, con la nostra sensibilità, a vederli con occhi diversi in modo che si integrino con i nostri ingredienti. Se qualcuno mi dice che il prodotto italiano per definizione è il pomodoro, io rispondo che il pomodoro in realtà non è nostro, lo è diventato perché ha trovato chi lo ha valorizzato e lo ha fatto diventare Il Pomodoro.

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Durante il tuo intervento in Auditorium hai detto delle cose bellissime: “Comprare libertà, comprare un sogno, costruire il futuro”. Per questi ragazzi è l’esortazione a lanciare il cuore oltre l’ostacolo?

Sì, andare oltre. Non tanto oltre l’ostacolo, in quanto l’ostacolo ci sarà sempre, ce ne sarà sempre uno più alto, ma è cercare d’immaginarsi qualcosa di lontano e di non immediato. Spesso e volentieri i ragazzi hanno questa fretta che li porta a bruciare i tempi e, invece, devono cercare di avere più pazienza, di vedere più lungo e cercare di aspettare magari un attimino in più, perché quella attesa farà sì che tutto sarà migliore.

Parliamo di novità. Iniziamo con la prima, la più attesa: lasci lo storico ristorante Cracco in Via Victor Hugo a Milano per lo splendido progetto in Galleria Vittorio Emanuele. C’è nostalgia?

Nostalgia c’è, senza dubbio! Diciassette anni lì non sono pochi. C’è una cucina pazzesca, disegnata, fatta su misura, c’è tutta una serie di cose per cui fai fatica a lasciare. Però, se alla fine vuoi andare avanti, crescere e avere un futuro, e far sì che questo futuro sia sostenibile, devi comunque vedere oltre, cercare d’immaginarti cosa sarà la cucina tra cinque anni, sei anni; dovrà sicuramente essere questa nuova espressione, una casa dove riuscire a fare tutto quello che vuoi. Noi siamo cuochi e il ristorante è una delle espressioni, forse la migliore. Poi c’è il bar, il caffè, la pasticceria, cioè tutto quello che c’è intorno.

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Terminiamo parlando del tuo addio. Mi riferisco, ovviamente, alla cucina di Masterchef Italia: quella di giovedì sarà la Tua ultima puntata. Sei edizioni sono tante, cosa ti ha dato e cosa hai dato tu al programma?

Masterchef è stata un’esperienza fantastica perché, comunque, all’inizio, eravamo veramente tre pellegrini. Ci siamo impegnati, abbiam creduto che al fatto che potesse diventare qualcosa di bello e alla fine ci credi e ci metti molto del tuo. Il risultato finale non è tanto la popolarità, che ti aiuta tantissimo ma è pur sempre un effetto mediatico, ma il fatto che ti regala tutta quella parte bella del nostro Paese e dei nostri prodotti, che lì vanno in scena. È vero, non è che si vedano tantissimo, la gente si sa vuole la storia; però intanto noi ogni anno giravamo posti diversi, andavamo a conoscere prodotti diversi, produttori diversi, per cui alla fine è un’esperienza che ti dà tantissimo. È un ripasso per noi, un aggiornamento. Un’esperienza unica, davvero difficile da replicare.

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Nel frattempo si aprono i sondaggi: chi sarà il degno sostituito di Cracco? Chi si farà carico di tanto dovere? Competere con lo charme di Carlo non è cosa da tutti. Si vocifera un cambiamento radicale, una donna tra i giudici, un altro grande chef: Antonia Klugmann. Non ho osato chiederlo a Cracco: mi avrebbe sorriso beffardo. Le regole di Masterchef sono anche queste.

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