Italian Grape Ale: cosa sono le birre IGA

9 marzo 2017

Non rappresentano uno stile definito, sia nella teoria che nella pratica, ma sicuramente vanno alla grande. Le Italian Grape Ale, cioè le birre italiane caratterizzate da diverse varietà di uva, sono tra noi – già dal 2006 – sono di moda e alcune sono anche ottime.uno stile tutto italiano in cui il carattere dell'uva s'incontra con quello del luppolo Si tratta di birre nelle quali il carattere dell’uva, con la sua aromaticità e tipicità, deve essere presente e non compromesso degli ingredienti del mosto di birra. Perché di questo si tratta: mosto di birra e uva, che può essere presente sotto forma di frutto al naturale, di mosto muto, di sapa, di mosto fermentato o anche solo di vinaccia. Uniti danno vita a una bevanda ponte tra questi due mondi così diversi, così in antitesi. Anche l’acidità è spesso una particolarità di queste produzioni che, se presente, dovrebbe comunque essere più una nota di fondo che un’ingombrante sensazione palatale. Insomma, secondo la descrizione dello stile, le IGA non dovrebbero avere niente a che vedere con l’acidità spiccata di un Lambic – e qui, il condizionale è d’obbligo.

birra artigianale

L’Italia non è l’unica nazione produttrice, ma se le hanno chiamate Italian un motivo c’è. Anzi, più di uno. Le Style Guideline del BJCP, che dall’edizione 2015 ha implicitamente dichiarato che la nostra nazione è un punto di riferimento per tale tipologia, cita la creatività. I birrai italiani non hanno conosciuto un Reinheitsgebot né birrifici tramandati di generazione in generazione, per cui lavorano senza legami, liberi di sperimentare ingredienti particolari o nuove tecniche produttive. Tuttavia, personalmente, non credo che abbiano un primato in quanto a eccentricità in questo senso. È anche (ma non solo) una questione di materie prime. Non abbiamo una tradizione birraria consistente, che abbraccia i secoli e coinvolge le generazioni come accade in Belgio, per cui ingredienti come il luppolo non sono mai entrati a far parte della nostra cultura. Il vino e l’uva, invece, sono talmente partecipi della cultura italiana da essere spesso sinonimo di italianità all’estero. Inoltre, sono la migliore dimostrazione dell’incredibile biodiversità del nostro Paese.

mosto

Di certo, le IGA offrono al birrificio la grande opportunità di ancorarsi al territorio d’origine usando uve locali. La territorialità è sempre stata, infatti, il punto debole della birra italiana, che ancora oggi utilizza quasi sempre materie prime provenienti dall’estero. Usare nella birra un vitigno autoctono, laddove una volta si era sperimentato con la castagna, aiuta a colmare questa lacuna, se mai doveste vederla come tale. Oggi le IGA rappresentano per molte persone ancora una novità, per cui l’hype è sempre alto. Le occasioni per assaggiarne una si moltiplicano (segnalo Campi di Birra Festival, dedicato a IGA e dintorni, dal 28 al 30 aprile a Campi Bisenzio) e i birrifici che si cimentano in questa tipologia in crescita.

birrificio-barley

Tra i migliori, una menzione d’onore va al birrificio sardo Barley di Nicola Perra, il pioniere delle Italian Grape Ale, che ancora oggi sperimenta sempre birre nuove. L’ultima nata è la BB6 che, sul filone della BB9 del 2011, usa un mosto di uva bianca aromatica, la Malvasia. Per questa birra, Nicola usa il mosto fresco concentrato a freddo a bassa temperatura, per preservare tutti gli aromi nobili e delicati della Malvasia di Cagliari, inibire i lieviti selvaggi del mosto di vino e privilegiare invece quelli del mosto di birra. Il risultato che si vuole ottenere è una birra che mantenga l’acidità delle uve e che non si sbilanci su quella data dai lieviti sulle bucce. E voi? Avete mai bevuto una birra IGA?

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