Perché le birre artigianali non sono una moda, come i risvoltini

24 marzo 2017

Costretto all’ennesima proiezione dei capolavori del cinema muto russo, il ragionier Ugo Fantozzi si alza ed esprime tutta la sua frustrazione per la mancata comprensione di film che non esita a definire “una cagata pazzesca”. il momento potemkin è ciclico: si ritorna sempre a sentire considerare le birre artigianali una moda 92 i minuti di applausi da parte di altri uomini medi i quali, piuttosto che elevarsi, preferiscono denigrare ciò che non comprendono e li fa sentire ancor più piccoli. Per gli appassionati di birra artigianale il momento Potëmkin è un qualcosa di ciclico: capita al pub quando l’amico poco curioso chiede una birra normale e succede quando esperti di altri settori enogastronomici cercano di sminuire un mondo che, tra mille difficoltà, ha ormai costruito una propria dignità. Che si tratti di boutade acchiappa-clic o di vera convinzione non è dato saperlo, fatto sta che la birra di qualità in Italia è una realtà e trattarla come se fosse la moda dei risvoltini è quanto meno superficiale, ma soprattutto non fa più ridere. A meno che la platea non sia composta dai vari Calboni e Filini di cui sopra, pronti a spellarsi le mani.

snob del vino

Ma se possiamo anche essere indulgenti nei confronti del bevitore sempliciotto, i detrattori della buona birra, edotti in altri ambiti, hanno delle colpe meno tollerabili. Ma chi sono? Da dove vengono? Molti sono esperti di vino, non potendo applicare schemi e concetti prettamente vitivinicoli, viene a mancare loro il terroir sotto i piedi… Eccoli nei loro corsi da tuttologi che in un paio di incontri pretendono di affrontare l’argomento birra, tema complesso che in corsi seri è trattato in almeno 10 lezioni. Per di più, le varie associazioni di sommelier, spesso in lotta tra loro, sembrano unite sulla scelta della tipologia di birre in degustazione: prodotti commerciali di qualità discutibile e varietà prossima allo zero. Ve l’immaginate voi una degustazione di vini cartonati? Nessun birromane sano di mente vi parteciperebbe. Men che meno chef di fama presterebbero la faccia per fargli da testimonial.

birre in produzione

Un’altra categoria è quella degli industrialotti, gente che lavora per le multinazionali della birra. Nonostante abbiano fette di mercato vicine al 98%, si preoccupano di sputare veleno nei confronti di chi prova a fare qualcosa di diverso. In alcuni casi arrivano a mettere in dubbio la salubrità di un prodotto non pastorizzato, sogghignando di fronte all’artigianalità di tecniche e impianti di produzione. Poi abbiamo quelli che soffrono semplicemente di un gap generazionale. Sono vecchi (dentro), stanchi e per niente vogliosi di ampliare le proprie conoscenze ed esperienze. Sono quelli che si stava meglio quando si stava peggio e che ai tempi loro era tutto più semplice e genuino. La birra artigianale è quanto di più distante da una mentalità del genere: non è recupero di antiche tradizioni ma superamento di conoscenze e tecniche recenti. Inevitabilmente questa cosa li manda in tilt.

birra

Ma allora, altro quesito: una birra è buona per forza in quanto artigianale? Ha un valore intrinseco ontologico diverso? Certo che no: se è innegabile che i picchi di qualità raggiunti in certi casi da piccoli birrifici siano inarrivabili è altresì vero che una industriale qualunque difficilmente potrà eguagliare le sensazioni sgradevoli di un’artigianale fatta male. E allora si tratta di scegliere. C’è chi osa e rischia. E chi preferisce le rassicuranti certezze del ragionier Fantozzi, che prima di ricevere la telefonata di convocazione per l’ennesima proiezione de la Corazzata Potëmkin sta davanti alla partita con birrona famigliare, vestaglione di flanella, frittata di cipolle, tifo indiavolato e rutto libero!

E voi, da che parte state?

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