Al bando le brutte figure: come si mangia l’aragosta

24 maggio 2017

In tutto il mondo, milioni di persone considerano l’aragosta una vera delizia; ma forse altrettanti sono coloro che temono il confronto fra le chele nel piatto, le posate nelle mani e le macchie sulla camicia. In realtà, non c’è niente di cui aver paura: tanti sono coloro che temono il confronto con questo crostaceo, a tavola in primo luogo, perché l’aragosta non ha chele. Le due grandi chele, viste in tanti film di Hollywood, sono infatti una caratteristica dell’astice (in inglese, astice e aragosta sono chiamati entrambi lobster). L’astice è un grande crostaceo dal colore bruno-bluastro, lungo fino a 40 centimetri, dal sapore ricco ma certamente meno ricercato di quello dell’aragosta. Le aragoste sono in effetti tipiche del Mediterraneo e dell’Atlantico orientale: anche loro possono raggiungere dimensioni notevoli, ma a differenza dell’astice hanno un carapace cosparso di spine e dal colore bruno-violaceo-rossastro. Soprattutto, non hanno chele, ma dieci zampe e due lunghe antenne.

Scegliere l’aragosta

aragosta viva

Conoscerne l’aspetto fisico vi aiuterà a individuare le aragoste sul banco del pescivendolo o nell’acquario del ristorante; ma per essere certi di scegliere gli esemplari migliori bisogna andare alla ricerca di determinate caratteristiche. Un’aragosta fresca dovrebbe essere vispa e in movimento; il carapace dovrebbe avere un colore brillante, gli occhi essere gonfi e lucidi. La presenza di macchie scure sul dorso indica in genere una lunga permanenza in vivaio: la conseguenza è una carne dalla consistenza eccessivamente fibrosa. Se desiderate un’aragosta molto saporita, scegliete un esemplare piccolo, intorno ai 20 centimetri di lunghezza. Molti preferiscono inoltre le femmine, riconoscibili perché le pinne sull’addome sono più lunghe e larghe, per avere la possibilità di trovare le uova e la certezza di ovaie saporite e di una carne più consistente.

aragoste vive

La regola fondamentale è comunque quella di accertarsi che l’aragosta sia viva al momento o pochissimo prima della cottura: subito dopo la morte i crostacei rilasciano infatti sostanze che danno alla carne un odore pungente e una consistenza poco compatta.

Mangiare l’aragosta

aragosta

Ed ecco il momento temuto da molti: una volta cotta da voi o da altri, l’aragosta arriva in tavola. Come primo passo, controllate che l’aragosta non sia stata già rotta e poi ricomposta: in questo caso, sarebbe sufficiente spostare la corazza e cominciare a servirsi. Se invece l’aragosta è intera, copritevi bene con il tovagliolo per evitare gli schizzi. Cominciate quindi con il rimuoverne la coda: tenete la testa ferma con una mano e usate l’altra per torcere e tirare leggermente la coda, fino a separarla dal resto. Estraete la polpa con una forchettina: il bon ton non permette di succhiare a tavola nessun tipo di crostaceo, tanto meno uno dalla reputazione raffinata come quella dell’aragosta.

aragosta cotta

Passate quindi al tronco, che coincide con la testa: in genere la pressione delle dita è sufficiente a spezzare le giunture di corpo e zampe, ma se fosse necessario potete richiedere una pinza o uno schiaccianoci per rompere il carapace. Come detto all’inizio, per fortuna l’aragosta non ha chele da aprire: con uno sforzo minimo potrete gustare in fretta tutta la sua tenera polpa – ma sempre usando la forchetta.

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