7 epic fail che possono capitarti se sei costretto a mangiare in ufficio

30 maggio 2017

La prima esperienza che tutti facciamo di pausa pranzo (in alcuni casi l’unica, visto che una mensa propriamente detta molti di noi se la sogneranno per sempre) è il momento-pappa della scuola materna, dove ti fanno la frittatona con l’uovo liofilizzato e la gattara del paese in cuffietta tira le rosette mentre fingi di mangiare. Superato questo ambiguo imprinting la pausa pranzo può tranquillamente tramutarsi in uno splendido giardino delle delizie o in una rovinosa discesa agli Inferi. Giacché noi sguazziamo nel male, ecco le orribili derive che una pausa pranzo può prendere. 7 epic fail che possono capitarti se sei costretto a mangiare in ufficio.

  1. collegaFidarsi di chi ti dice: Conosco un posto vicino. Magari è la tua settimana di prova e il collega più sciolto (quello con cravatte di lana cotta, che usa parole come smart, mission, top priorities pure per parlare del cane della cugina), si toglie gli occhiali e ti dice “Conosco un posto qui vicino dove si mangia benissimo”. Lui ci arriva in 6 minuti in Ferrari, tu prendi 4 mezzi (tra cui 2 a trazione animale) e arrivi, sfatto, sudato e senza nessuna fiducia nella vita sulla soglia del grazioso ristorante da cui tutti escono per tornare al lavoro. Riprendi carrozza, monopattino, aratro e bus per tornare in ufficio e farti licenziare nel giro di pochi giorni. A stomaco vuoto.
  2. posate di plasticaNon confrontarsi adeguatamente con le posate. Se hai preso qualche piatto da asporto nel bar più vicino (con un disinvolto: “Donatella, il solito da portare via”), ti becchi posate di plastica e mini tovagliolino sigillati in una busta inspacchetabile (una specie di Excalibur del mondo della mise en place: si apre solo con il prescelto); quando finalmente apri, hai già spaccato il coltello e tolto alla forchetta 2 denti su 4. I più accorti si sono portati lucenti posate d’acciaio da casa, ma sono così accorti che hanno fatto carriera e tu non li vedi più da anni. In preda alla fame più nera cominci a ingegnarti nemmeno fossi Bob l’aggiustatutto: usi la spillatrice per condire il riso, le calamite per raccoglierlo e il tagliacarte per porre fine a tutto e dimenticare quello che stai facendo.
  3. pollo frittoSpandere l’unto su tutti gli archivi di tutte le stanze. Di tutto l’ufficio, di tutte le filiali. Quelli che ungono (manzonianamente, gli untori) hanno una predisposizione genetica a (1) scegliere gli ingredienti più oleosi, (2) riporli in contenitori che di ermetico hanno solo l’etichetta in cinese, (3) amplificarne l’untuosità in rivoli e rivoli di scolo. E sono soddisfatti mentre lo fanno, allegri, offrono con orgoglio i carciofi in barattolo, passano con fierezza i peperoni ripieni da una scrivania all’altra, da una sedia all’altra. D’altra parte, secondo le credenze popolari, dietro gli untori c’è sempre il demonio.
  4. pizza al taglioMangiare giusto un pezzo di pizza al taglio. “Giusto un pezzo di pizza al taglio” è una formula magica al contrario che ti piomba presto nelle più nere contraddizioni. Dopo un morsetto di margherita, la formula si tramuta in: “Mi aggiunge anche un supplì?” che poi diventano 18, con altra pizza, un bombolotto cacio e pepe, due calzoncelli e una birra. Dopo una settimana di “Giusto un pezzo di pizza” sei il più grasso dell’ufficio e il più imbolsito del quartiere; nonché il meno gradito dai colleghi (dopo, ovviamente, quelli che spandono unto).
  5. avanziPortarsi degli avanzi che perfino tua suocera ha rifiutato. Tua suocera riattacca i vestiti coi cerotti, è una che se per caso perde una moneta da 5 centesimi allerta la protezione civile, eppure gli avanzi della cena di ieri (messa insieme con gli avanzi delle cene delle settimane scorse) li ha rifiutati, con la stessa intensità con cui si rifiuta di dormire con uno sconosciuto. Immaginavi che una ragione doveva pur esserci, ma hai ceduto; per pigrizia. Passi l’intera giornata lavorativa in bagno, nessuno (tu compreso) riesce a capire a fare cosa. Confusamente ti accorgi che tua suocera è maestra di vita. Il tuo pentimento dura fino alla nuova raccolta di avanzi.
  6. colleghiNon scegliersi i colleghi giusti. Il pranzo migliore può essere massacrato dalle persone peggiori; le persone peggiori, durante la pausa, cominciano a ronzarti intorno. Le donne di mezza età vogliono parlare di sé, quando superano la mezza età parlano del pilates, quando superano il pilates si associano a qualche strana setta che mangia solo cibi frullati; gli uomini di mezza età devono parlarti del figlio, del cane, della palestra, di una che hanno visto di sfuggita il mese scorso a Ladispoli (storia così tradotta: “Mi sono quasi messo con una supermodella di Miami”); quando superano la mezza età rincarano la dose, ma sono più patetici. Dopo la pensione tornano, per verificare se stai invecchiando come loro. I coetanei ti avvicinano con aria di sconsiderata familiarità: “Perché noi giovani dobbiamo stare insieme”: e tu hai cinquant’anni. Parlano di videogames che non esistono più dagli anni ’90. Riscopri il fascino dei pasti frugali dei benedettini: verdure dell’orto, sacri sottofondi e un silenzio tutto speciale.
  7. caffè in ufficioTrovarsi a prendere il caffè con il tirchio. Il tirchio dell’ufficio parla di calcio, a volte di golf, fa sempre battute sulle mogli degli altri. Tutti lo evitano, ma di solito è lui a trascinare ogni collega davanti alla macchinetta del caffè: nella generale ansia di generosità, lui esce intatto, col suo caffè doppio pieno di zucchero. Se il tirchio ha anche un qualche carisma non te la cavi con la macchinetta, ti porta al bar: comincia con un caffè (finge che te lo sta offrendo), e poi ci mette pure due sfogliatelle, un calippo e quattro baci perugina per l’amante. Se un giorno riuscirà a farsi anche pagare l’affitto, il tuo tirchio è un genio.

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