Il fascino (estivo) delle birre tropicali

19 luglio 2017

Arriva dall’estero e in Italia ha già conquistato una buona fetta di pubblico, sia tra i consumatori abituali che tra quelli meno avvezzi alla birra artigianale. Le birre tropicali sono sempre più di tendenza e spiccano per la loro beverinità. non tutte le fruit beer sono tropical beer: queste ultime prevedono l'utilizzo di frutta esotica Abituati ad avere uno stile birrario (o sottostile, come per le NEIPA) per tutto, quando qualcuno parla di fruit beer ci si guarda sempre con un po’ di circospezione. Di fatto, sono fruit beer tutte quelle birre che prevedono l’aggiunta di frutta alla ricetta di una birra base. Eppure, una blanche aromatizzata al mango può essere classifica sia come fruit beer oppure, appunto, come blanche aromatizzata. Quindi, attenzione all’uso di questo termine e, per favore, evitate di chiamare indistintamente fruit beer tutte le birre che hanno visto la frutta, come per esempio una Rosé de Gambrinus di Cantillon. Detto questo, l’utilizzo della frutta tropicale nella birra è trasversale: ci sono moltissime tropical ipa, e sono forse le più famose, ma si contano anche diverse blanche e sour all’appello.

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Ciò che più attira delle tropical beer è ovviamente la frutta. Mango, papaya, frutto della passione e altri frutti simili succosi e avvolgenti sono impiegati nella ricetta della birra in purea, in pezzi (freschi o congelati) oppure in estratto. La buona riuscita di questa tipologia di birre si dovrebbe valutare in base all’equilibrio finale: la frutta deve essere dosata attentamente per lasciare spazio agli altri ingredienti che non devono essere sopraffatti. La birra che prevede queste aggiunte, se ben fatta, ne conserva tutti i profumi, e in bocca riesce a unire il piacere di una birra alla seduzione della frutta esotica più succulenta. L’acidità e la dolcezza della frutta alla ruvidità del luppolo e alla freschezza complessiva della bevanda. Un’altra particolarità, che è più un bivio, è il luppolo. C’è chi lo usa copiosamente e c’è la vecchia scuola, che preferisce una birra base più semplice per lasciare campo libero agli odori e ai sapori della frutta – oltre che per evitare eventuali interferenze sgradevoli tra l’aromaticità del luppolo e il carattere del frutto scelto.

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In entrambi i casi, lo scopo è lo stesso: portare alla birra quei profumi tropicali tipici della frutta esotica, l’acidità a contrastare la dolcezza della polpa, per esempio quella del mango, giocando con la frutta vera e non solo più con gli aromi dei luppoli. Cosa che riesce benissimo a Marcus Hjalmarsson, del birrificio svedese Brewski, che ha dedicato l’80% della produzione alle Fruit Ipa. La Pango Ipa, la Mango Feber Dipa e la Passion Feber Ipa sono le più ricercate, ma anche la Stout al cocco (Mental Glory Hole) non viene mai lasciata in un angolo. In Italia ci sono molti ottimi esempi di tropical beer: Toda Joia, sour ale da 4.8% con la papaya, una collaborazione tra MC-77 e Jungle Juice;  Mango Split, double ipa da 8% con il mango, una collaborazione tra Ritual Lab e Eastside; Passion Beer, double ipa da 7% con mango, frutto della passione, pompelmo e lime, una collaborazione tra Lambrate e Bevog.

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