I Ceretto ospitano l’artista Marina Abramovic ad Alba

19 luglio 2017

Non giocava con le bambole, ma con le ombre sulle pareti; si costruiva vestiti con le tende, già adolescente dipingeva i suoi sogni, solo in verde scuro e blu notte; a 14 anni il padre le regalò una pistola, la madre le confessava che mai nessuno l’aveva vista piangere; tutto, nella vita di Marina Abaramovic, appare insieme quotidiano e dissacrante, inquietante e tenero. il senso di protezione che l'artista trovava nella cucina della nonna, il luogo delle storie da raccontare E la sua arte è subito dirompente: davanti al pubblico, la Abramovic fa il gioco del coltello finché non si ferisce e allora lo replica cercando di tagliarsi nuovamente e negli stessi punti; si fa avvolgere da serpenti lasciati digiuni, presta il suo corpo inerme per ore a spettatori e passanti, che possono fare quello che vogliono. Il corpo sembra il centro della sua ricerca: i suoi limiti, le possibilità di piacere, la scoperta di un’essenza; per entrare alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 1977 bisogna passare attraverso uno strettissimo spiraglio tra corpi nudi, il suo e quello del suo compagno. Ma a ben vedere è la paura a fare da protagonista e la capacità di esorcizzarla: spaventata da sempre dal sangue, si taglia, si fa incidere il corpo con le lamette, sfregia il volto; e tutto può poi sublimarsi in una salvifica purificazione: Marina Abramovic brucia unghie e capelli tra le fiamme di una stella a cinque punte intrisa di petrolio. Lo scopo allora non era soltanto provare il corpo o scardinare le paure, ma forzare tutti i limiti, rendere la mente capace di tutto: con le sue parole, essere presente, attraversare i muri.
A ispirare una delle sue opere più recenti è stato un ricordo d’infanzia: il senso di protezione – in una Belgrado cupa e inquietante – che trovava nella cucina della nonna; un luogo “che sapeva sempre di incenso e di caffè appena tostato”, dove si provava “una profonda sensazione di pace”. Così per l’artista la cucina divenne il luogo delle storie da raccontare, dei consigli da scambiarsi, dove si cercava il futuro tra i fondi del caffè nero.

marina-abramovic

Combinando queste nostalgie con gli slanci mistici di Santa Teresa d’Avila nasce nel 2009 The Kitchen, Homage to Sainte Therese; l’opera si compone di nove foto ritratti e tre opere video, uno dei quali, Holding the Milk, si potrà visionare in Italia. Girata in un convento certosino abbandonato dove le suore accudivano bambini orfani, è una suggestiva video-istallazione che verrà inaugurata in presenza della stessa Abramovic. L’evento straordinario accade ad Alba, il 28 settembre, nella chiesa di San Domenico, mentre l’opera resterà esposta fino al 12 novembre (dal lunedì al venerdì: ore 15-18; sabato e domenica: dalle ore 10 alle ore 18). A ospitare la manifestazione è il Gruppo Ceretto, una famiglia da anni impegnata nelle Langhe a cercare la bellezza, a innalzare in chiave spirituale e poetica le proprie produzioni: 17 vini biologici e la Nocciola Tonda trilobata I.G.P. del Piemonte, a cui si aggiungono le più recenti esperienze ristorative.

famiglia ceretto

Per i Ceretto l’incontro col mondo dell’arte è ormai una consuetudine: già nel 1986 avevano assegnato il restyling delle proprie etichette a Silvio Coppola, mentre i ristoranti in cui lavorano Enrico Crippa e Dennis Panzeri sono stati decorati da Kiki Smith e Francesco Clemente. Ma i Ceretto hanno voluto lasciare il segno anche in campo architettonico: quando nel ‘99 hanno fatto esplodere di colori la Cappella del Barolo (richiedendo l’intervento di Sol LeWitt) o con il celebre Cubo di Castiglione Falletto, probabilmente una delle cantine più avveniristiche in cui ci si possa imbattere. Per concludere con un’occasione davvero rara, il 29 settembre dalle ore 18, presso il Teatro Sociale di Alba, sarà addirittura possibile incontrare nuovamente Marina Abramovic e, per chi troverà il coraggio, provare a porre qualche domanda. Ben sapendo che l’artista, come quando cercò nel 1976 di pronunciare tutte le parole che aveva nel tempo immagazzinato, preferisce spogliarsi della convenzione comunicativa del linguaggio.

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