Tim Ho Wan, il ristorante stellato più economico al mondo

31 luglio 2017

Dimenticate tovagliati in lino di fiandra, curate mise en place e fiori freschi: siamo a pranzo nel primo fortunato dim sum Tim Ho Wan che vanta il primato di essere il più economico ristorante stellato al mondo. tim ho wan è oggi diventato un marchio esportato con successo in tutto il mondo Oggi Tim Ho Wan è diventato un marchio esportato con successo in tutto il mondo, ma questo di Hong Kong rimane il locale dove tutto è cominciato. Sono gli chef Mark Kwai Pui e Leung Fai Keung che nel lontano 2009 decidono di fare il salto: abbandonano il tristellato Lung King Heen all’interno di uno dei più noti hotel di Hong Kong e i suoi strepitosi affacci su Victoria Harbour, si trasferiscono nel popolare distretto di Sham Sui Po a MongKok per aprire il loro ristorante di cucina dim sum.

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Ora, non so se per rispetto di una nota peculiarità della Guida Rossa più famosa al mondo per cui le stelle seguono lo chef, o se per le straordinarie capacità degli stessi chef nel conservare tradizione, semplicità e qualità nelle preparazioni del loro menu, appena un anno dopo il ristorante conquista la stella Michelin. All’epoca si gridò allo scandalo. In qualche articolo si parlò addirittura di una apertura del più ambito e prestigioso riconoscimento in campo culinario allo street food.

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Tim Ho Wan è un ristorante: popolare, tipico e caratterizzato da una cucina locale, praticamente l’equivalente cinese di una nostrana tradizionale trattoria, ma pur sempre un ristorante. Le stelle, confermate di anno in anno fino a oggi, fanno bella mostra nella vetrina all’ingresso, impossibile non notarle: sono la conferma che ci troviamo nel posto giusto. Esattamente le 12.45 di un giorno feriale, non c’è fila ma il ristorante è quasi pieno. I coperti sono oltre 80, 3 le sale principali. Mi siedo in un tavolo da 6; pochi istanti e tutta la tavolata è già piena: condividerò il pranzo in uno stellato gomito a gomito con degli sconosciuti. Gli avventori sembrano tutti a proprio agio, pochissimi gli intrusi occidentali. La lettura del menu richiede tutta la nostra attenzione: un foglietto giallo e una matita servono per segnare i piatti che si intende ordinare, e per fortuna c’è anche una descrizione in inglese. Nessuna lista dei vini, è tutto qui in questo foglietto giallo che bisogna riempirsi da soli.

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Al tavolo è servita immediatamente una caraffa piena di te bollente e a questo punto non posso fare a meno di osservare uno strano movimento: la ragazza accanto, accompagnata probabilmente dalla mamma, inizia uno strano rito, scalda le ciotole e le bacchette, versa del tè da una ciotola all’altra. Non capisco e non resisto, le chiedo la ragione di quella strana operazione: per mia fortuna la ragazza conosce poche parole di inglese. Con il tè  bollente sciacqua posateria, bicchieri e piatti per assicurarsi che sia ben pulita: bisogna disinfettare tutto con il tè bollente. Credeteci o no ma questo è il primo passaggio da seguire in un dim sum che si rispetti! Non posso essere da meno, merito forse delle bacchette poco pulite? Voglio anch’io la mia ciotola per lavarmi i piatti. Non ho decisamente la stessa maestria che osservo anche in altri tavoli e in pochi istanti il tè è praticamente ovunque. I camerieri con l’aria un po’ scocciata provvedono a sostituirmi la tovaglietta di carta.

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Ora sono pronta, è arrivato il momento di ordinare: consegno il foglietto giallo con un segno accanto alle 7 portate che ho scelto: ravioli al vapore di maiale e scampi in stile Chiu Chow, wonton in salsa piccante, gli immancabili spring roll fritti e ripieni di pollo ed erba cipollina, riso glutinoso con pollo e funghi cotto al vapore in foglie di loto, vermicelli roll ai gamberi e salsa di soia e per finire zampe di anatra avvolte in carne di maiale.

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I piatti che più mi hanno convinto sono i ravioli al vapore in particolare quelli Chiu Chow: la pasta è estremamente sottile, quasi trasparente, con un ottimo e delicato ripieno a base di verdure, carne e pesce. Altro piatto decisamente buono il riso glutinoso cotto al vapore nelle foglie di loto, estremamente aromatico e saporito: perfetta la cottura della carne, deliziosi i piccoli funghi shiitake al suo interno. Forse con le zampe di anatra mi sono spinta un po’ oltre, ma a dire la verità  non erano male neanche quelle. La qualità dei piatti quindi è buona, un ottimo dim sum ma, il locale è decisamente affollato, i camerieri non sono particolarmente cortesi e certamente vedrete pile di vaporiere in legno di bambù che vanno e vengono dalla cucina in modo convulso. Tanta confusione quindi fra chi sparecchia, chi ritira un piatto finito e chi prepara il tavolo per il prossimo cliente.

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Il conto? Meno di 20 euro per due persone. A questo punto rimane solo una domanda a cui rispondere: vale il viaggio? Non il prezzo di un biglietto aereo Roma-Hong Kong ma certamente ogni dollaro pagato per quel taxi che mi ha portato da Victoria Harbour a qui è stato ben speso.

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