Perché la mozzarella di Gioia del Colle può diventare Dop

11 settembre 2017
di Teresa Sgaramella

Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva il suo profumo”. Ecco una delle citazioni a effetto da evitare, specialmente in questi giorni, se si è in presenza di campani e/o pugliesi e se l’oggetto d’attenzione è quello comunemente conosciuto come mozzarella. nel 2011 i produttori pugliesi hanno chiesto che fosse riconosciuto il marchio europeo alla treccia della murgia e dei trulli Le due regioni dirimpettaie, note ciascuna per la secolare e territoriale tradizione casearia, sono state infatti trascinate in un conflitto di forma proprio a causa dei latticini: la celebre mozzarella di bufala DOP (denominazione riconosciuta dalla CE a partire dal 1996) potrebbe presto trovare una rivale nella mozzarella vaccina di Gioia del Colle, aspirante al marchio DOP, e tutto per colpa di un suggerimento. Nel 2011 i produttori pugliesi, che non avevano intenzione di rubare il nome a nessuno, hanno chiesto che fosse riconosciuto il marchio europeo alla Treccia della Murgia e dei Trulli, un prodotto antico e tradizionale, diverso dalla mozzarella di bufala sia per il latte impiegato (questo utilizza latte vaccino e talora di pecora) sia per il sistema di lavorazione adoperato. In seguito è stato proprio il Ministero a consigliare la denominazione mozzarella anche per il prodotto gioiese, inaugurando l’omonimia della discordia. La notizia, apparsa sulla Gazzetta Ufficiale dello scorso 28 agosto, ha definitivamente messo in allarme gli imprenditori campani che temono di vedere vanificati i lavori trentennali di un’eccellenza regionale, prima nel sud Italia con i suoi 50 mila addetti e oltre 600 milioni di fatturato.

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La proposta del riconoscimento DOP alla mozzarella gioiese, a parer dei campani, pare possa generare diversi problemi. In primo luogo, violerebbe quanto stabilito dalla normativa europea; in secondo luogo, potrebbe arrecare un danno all’immagine del marchio, e quindi del territorio, non indifferente su scala internazionale; in terzo luogo, la parziale omonimia con il prodotto di bufala potrebbe suscitare confusione tra i consumatori che non saprebbero che tipo di mozzarella stanno acquistando visto che la semplice denominazione non consentirebbe di distinguere l’origine del latte né il sistema di lavorazione adoperato. Questioni certamente risolvibili con l’invito a porre una maggiore attenzione sia al logo, che è nettamente differente tra i due, che al nome completo (di bufala è solo quella campana). Poi, se le raccomandazioni non fossero soddisfacenti e le etichette non chiare c’è solo una cosa da fare: assaggiare.

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La Regione Campania ha annunciato di essere pronta ad adoperarsi con ogni mezzo in suo possesso per difendere la punta di diamante dell’agroalimentare locale, auspicando, al di là dei ricorsi previsti dalla legge, la ricerca di scelte condivise con la Regione Puglia e il Ministero.

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