Premio Rana d’Oro: arriva il riconoscimento per Gualtiero Marchesi

2 ottobre 2017

Cos’hanno in comune Gualtiero Marchesi, ideatore, innovatore e custode della nuova cucina italiana, ed Emilio Isgrò, artista di fama internazionale, celebre per le sue cancellature? A partire da questo settembre, almeno un premio: la Rana d’Oro di Casalbeltrame, nata nel 1973 come riconoscimento artistico e in seguito estesa a innovatori, sportivi e attori. Nel 2017, per la prima volta, la Rana d’Oro è stata assegnata anche a un cuoco: Gualtiero Marchesi è stato premiato insieme a Emilio Isgrò, alla presidente onoraria del Fai Giulia Maria Crespi Mozzoni, all’imprenditore Cesare Ponti, alla sciatrice Valentina Greggio e all’attrice Michela Quattrociocche.

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Per molti non è una sorpresa: sono in tanti a sostenere da anni che per le mani creative di cuochi e chef passino colori, sapori e profumi in grado di influenzare i sensi tanto quanto le opere d’arte contemporanea. Su questa linea il 25 settembre si è svolta l’intera cerimonia di premiazione delle Rane d’Oro, organizzata dall’associazione culturale Arpitesca presso la cascina del Riso Buono di Casalbeltrame. Mentre gli ospiti visitavano la personale di Emilio Isgrò o la galleria di sculture di Nicola Loi, i cuochi dell’associazione Chic hanno preparato piatti come vere opere d’arte; usando riso bianco e nero, gorgonzola e birra artigianale hanno creato primi, secondi e dolci da poter ammirare durante e dopo la preparazione (ma non da assaggiare). Nel frattempo Marco Sacco, chef del Piccolo Lago di Verbania, si è cimentato in un’enorme risottata in grado di soddisfare i palati di tutti i presenti. Ma il risotto servito in piatti di carta, profumato e al dente, è arte tanto quanto un raviolo in brodo di tartufo nero e rosso di barbabietola, che però non si può assaggiare? Cosa hanno davvero in comune arte e cucina?

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Sicuramente una lunga tradizione e grandi maestri: Emilio Isgrò e Gualtiero Marchesi ne sono due esempi. Ma le tradizioni da cui provengono sono molto diverse. Quella dell’arte è ormai da millenni riconosciuta e acclamata, addirittura come uno degli elementi che rende l’uomo diverso dal resto del regno animale. Quella culinaria (che pure potrebbe essere altrettanto distintiva) è invece guardata con sufficienza, insegnata poco nelle vecchie scuole e nelle nuove accademie. Non è un caso che Isgrò, ritirando il suo premio, abbia voluto dichiarare che per gli artisti ogni tanto è bene perdersi nel mondo; mentre Gualtiero Marchesi, che non era presente ma che è intervenuto attraverso il fidato Enrico Dandolo, ha ribadito per l’ennesima volta l’importanza della tradizione. Se l’artista deve sapersi perdere e lasciarsi trascinare, il cuoco deve sapersi ritrovare, conoscere il punto di partenza.

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Alla base di arte e cucina c’è comunque sempre il piacere: il piacere di creare e di trasmettere tale piacere. Ma se l’opera di un artista può essere condivisa a migliaia di chilometri di distanza, con milioni di persone che mai hanno conosciuto il suo creatore, la condivisione di un piatto si basa invece sulla vicinanza e su un rapporto personale con chi l’ha preparato. Può trattarsi di una relazione professionale o affettiva; ma la cucina, in ogni caso, non sopravvive lontano dal cuoco.

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In realtà, fra opere d’arte e pietanze tradizionali o creative, c’è un’unica fondamentale differenza. La cucina, per quanto realizzata con ingredienti rari e procedure raffinate, per quanto frutto di creatività e d’ispirazione, ha una funzione pratica. L’arte è fatta per essere ammirata, trasmessa, conservata; i piatti di un cuoco sono fatti per essere mangiati. Nel momento in cui una pietanza non è commestibile, o non è fatta per essere mangiata, semplicemente non è più cucina: forse è diventata finalmente un’opera d’arte.

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