L’inarrestabile trend del food delivery: UberEATS

11 ottobre 2017

Quanti pasti a domicilio avete ordinato negli ultimi due anni? E quanti ne avevate ordinati nei due anni precedenti? Se vivete in una grande città, come Roma, Milano o Torino, quasi sicuramente il loro numero è aumentato; se avete meno di quarant’anni, il settore del food delivery continua la sua espansione è probabile che abbia addirittura visto un’impennata. Negli ultimi anni sono infatti arrivati in Italia diversi operatori specializzati proprio nelle consegne a domicilio, come Deliveroo, Foodora, Foodinho (la start-up milanese poi assorbita dalla spagnola Glovo). A Milano l’ultimo arrivato è UberEats, che ha festeggiato da poco il primo compleanno nel capoluogo meneghino. Nel suo caso il servizio è nato nel 2014 come una derivazione di Uber: oggi è attivo autonomamente in 28 Paesi e 105 città (Milano è l’unica italiana), con oltre 60.000 ristoranti partner. Ma tutte le piattaforme di food delivery sono in espansione: nel 2016 il settore dell’alimentare online – che comprende anche la spesa e l’enogastronomia – ha visto una crescita del 33%. In Italia l’online food delivery oggi vale 400 milioni di euro, ma si prevede che nel 2019 raggiungerà i 500 milioni nella sola città di Milano. UberEats, Foodora, Deliveroo e gli altri hanno saputo intercettare un’esigenza, e contemporaneamente hanno contribuito ad alimentare la stessa necessità, facendola diventare un’abitudine per molti millennials. Ma quali sono davvero le ragioni del successo?

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La prima è senza dubbio la facilità di utilizzo. Non serve più avere una riserva di volantini nel cassetto, dover scegliere fra pizzerie a domicilio che sembrano tutte uguali e poi telefonare, accertandosi di avere i contanti necessari: tutto avviene online, su una app o su un sito, dalla scelta al pagamento. È una modalità di consumo molto comoda, tanto che oltre due terzi degli ordini non vanno a sostituire le cene fuori, bensì i pasti consumati a casa, magari nelle serate troppo fredde o piovose: quelli per cui un tempo si cercavano gli avanzi in frigo, si scongelava una pizza precotta o si preparava una semplicissima pasta col pomodoro. I siti e le app sono inoltre parte importante del successo. Hanno l’effetto delle vetrine: attraenti, funzionali, dotati di foto (secondo un’indagine interna di UberEats, i piatti con foto vedono un aumento degli ordini del 30%). Le immagini sono così importanti che a volte le piattaforme mettono a disposizione dei ristoratori i propri fotografi, specializzati nella foodography. Se avete anche solo un languorino e andate a fare un giro sui siti di delivery, finirete quasi certamente per ordinare un intero pasto dalla presentazione irresistibile.

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Le nuove piattaforme inoltre, a differenza di altri aggregatori più tradizionali, selezionano i ristoratori aderenti. Ci sono criteri qualitativi sui quali non si deroga. In più, grazie all’enorme quantità di dati raccolti, servizi come UberEats sono in grado di identificare le necessità di specifici quartieri (in cui, per esempio, mancano una buona pizzeria o hamburgeria) e di trovare il ristorante partner adatto per la zona. Dal punto di vista dei ristoratori, vuol dire aumentare il proprio bacino di clientela; dal punto di vista dei consumatori, la certezza di ordinare pasti che in ogni caso saranno di buona qualità.

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In generale, i ristoranti vedono la possibilità di aumentare la propria offerta. Per l’adesione al servizio devono pagare una quota, come i clienti che effettuano l’ordine; ma possono anche aderire a promozioni e a nuove modalità di servizio. le dark kitchen non offrono né sala, né la possibilità di asporto autonomo Le novità degli ultimi mesi sono i virtual restaurant e le dark kitchen: i primi sono ristoranti con speciali menu presenti sono online, specializzati per esempio in particolari preparazioni (come i burritos), che si appoggiano alle cucine di locali realmente esistenti; mentre le seconde sono cucine che non offrono né sala né la possibilità di asportare autonomamente: preparano pasti esclusivamente per i servizi di delivery, in un rapporto di interdipendenza totale. In generale, nelle grandi città si nota un aumento dei piccoli locali di take away molto specializzati, con pochi posti a sedere e affiliati a diversi servizi di consegne, senza i quali probabilmente non riuscirebbero a sopravvivere: ma il fenomeno è talmente recente che non esistono ancora né classificazioni né statistiche.

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Il quarto e fondamentale attore del food delivery è costituito dai driver, ossia dai fattorini. Nel 2016 hanno fatto notizia le proteste dei fattorini di Foodora, pagati appena 2,7 € a consegna; in seguito il loro compenso è aumentato, a differenza delle tutele. UberEats, Deliveroo e gli altri pagano i driver secondo sistemi di retribuzione diversi, ma tutti quanti tendono a considerarli lavoratori autonomi, privi di diritti e carichi di doveri, come quello di procurarsi da sé l’attrezzatura e rispettare i tempi di consegna. Questo permette di mantenere bassi i prezzi per i clienti finali, ma, in generale, è un sintomo dell’esternalizzazione selvaggia di tutte le attività del settore terziario. In ogni caso, senza i fattorini le consegne non potrebbero avvenire; e un driver scontento, con troppe consegne da fare e troppo poco tempo a disposizione è in grado di rendere sgradevole anche il pasto migliore. In quanti tornerebbero a ordinare dalla stessa piattaforma di food delivery, dopo un paio d’ordini in ritardo o una pizza consegnata a rovescio?

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Il punto di forza dell’online food delivery sembra insomma la capacità di accontentare tutti, aumentando i clienti per i ristoranti, la varietà di proposte (dal salutare al junk food), la qualità dei pasti consegnati a domicilio. Ma siamo appena all’inizio del fenomeno: se si tratti di una bolla o di una realtà davvero funzionale che ci porterà a eliminare le cucine dall’arredamento di casa, lo scopriremo nei prossimi anni.

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