Sacchetti: 5 motivi per non brontolare e pagarli

5 gennaio 2018

Più che dai fuochi d’artificio e dai botti di Capodanno, l’inizio del 2018 è stato segnato dallo scoppio – altrettanto inutile e fastidioso – dell’ennesima polemica sui social, questa volta su un argomento che in qualche modo ci riguarda da vicino: l'ultima polemica sui social riguarda l'uso obbligatorio a pagamento dei sacchetti per gli alimenti sfusi la nuova norma inserita tramite emendamento nel Decreto legge Mezzogiorno che prevede l’uso obbligatorio e a pagamento dei sacchetti (o per meglio dire delle buste, secondo la dizione prevalentemente in uso dalla Toscana in giù) in materiale biodegradabile e compostabile per acquistare alimenti sfusi al supermercato. La notizia è stata accolta con indignazione e rabbia degne di ben altre motivazioni, dando il via a post livorosi, atti rivoluzionari (di quelli innocui da social, come le foto che girano che le arance prezzate singolarmente per evitare la tassa del sacchetto ma pagate comunque a peso d’oro), ipotesi di complotto (come quella secondo cui la legge sarebbe un “omaggio” a una specifica azienda produttrice di bioplastica) e anche qualche divertente meme e filone ironico come quello su Twitter dedicato ai #cinesacchetti, parodie a tema di famosi titoli cinematografici.

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In realtà non si tratta di una novità al 100%. Già da anni in Italia c’è l’obbligo dell’uso di shopper biodegradabili per la spesa, a pagamento; anzi il nostro Paese era stato il primo in Europa a rendere obbligatorio l’uso delle buste in bioplastica – di cui in Italia esistono diverse aziende produttrici all’avanguardia – venendo accusati perfino di contravvenire in questo modo alla tutela della libera circolazione delle merci sul nostro mercato. L’idea però era talmente buona che alla fine è stata l’Europa a cedere e a imporne l’uso in tutti i Paesi membri con la direttiva 2015/720. L’Italia, però, non aveva mai recepito ufficialmente la normativa europea ed era paradossalmente fuorilegge per una norma da essa stessa ispirata. La legge 123/2017 – in vigore dal primo gennaio 2018 – sana questa situazione e regola (aggiungendo qualche obbligo in più e pesanti sanzioni per i venditori) una pratica già in uso e con una finalità che non può che essere condivisibile: quella di limitare l’uso di buste di plastica che stanno letteralmente invadendo la nostra Terra e i nostri mari, rovinando l’ambiente e mettendo in pericolo la sopravvivenza di specie animali e interi ecosistemi.

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La vera novità della legge è l’estensione dell’obbligo del materiale “biodegradabile e compostabile con contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%” (percentuale che salirà al 50% dal 1° gennaio 2020 e al 60% dal 1° gennaio 2021) anche ai sacchetti superleggeri, vale a dire quelli per i prodotti sfusi acquistati nei vari reparti del supermercato (pesce, carne, frutta, verdura…) che vanno poi a finire nello shopper finale. non si possono riutilizzare per acquistare frutta e verdura, ma possono essere impiegati come buste per l'umido Secondo la direttiva europea, infatti, gli Stati membri possono decidere di esonerare le buste ultraleggere (dallo spessore inferiore a 15 micron) usate come imballaggio primario per alimenti sfusi, ma l’Italia – come la Francia – ha scelto di non farlo. La legge italiana impone quindi il divieto di cederli gratuitamente e l’obbligo di indicare “il prezzo di vendita per singola unità sullo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti”, senza però fissare un prezzo minimo o massimo. Per i negozianti che utilizzano buste non corrispondenti alle caratteristiche previste dalla norma c’è un sanzione amministrativa che va da 2.500 euro a 25.000 euro. Inoltre, la legge vieta, per motivi d’igiene, il riutilizzo delle buste di plastica per lo stesso fine per cui sono state vendute: questo vuol dire che non ci si può portare dietro le buste in bioplastica in cui mettere gli alimenti sfusi ma si devono usare quelle nuove in vendita in negozio. Le buste però sono naturalmente riutilizzabili per altri fini come ad esempio per la raccolta dell’umido. Insomma, qualcosa di cui non varrebbe nemmeno la pena di parlare – per lo meno non così a lungo – ma che dovrebbe essere vista solo come un ulteriore passo verso la civiltà, ovviamente con il suo prezzo. Qui di seguito vi diamo almeno 5 ragioni per cui non brontolare sui sacchetti e concentrare la vostra attenzione su altro.

  1. pacific-trash-vortexNon ce lo chiede l’Europa, ce lo chiede l’ambiente. Come abbiamo visto, pur recependo una direttiva europea, la legge del sacchetto – nei suoi dettagli – non è stata imposta dall’Unione Europea. Tuttavia è impossibile negare che, nel nostro Paese forse più che altrove, il deterrente monetario sia tra i più efficaci per evitare gli sprechi: avete mai fatto caso a quante buste e guanti in plastica vengono presi per errore o rotti e lasciati per terra nei supermercati? Lo scopo principale della legge è quello di limitare gli sprechi e ridurre l’impatto degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio sull’ambiente. Un obiettivo che dovrebbe essere largamente condiviso portando ad adottare stili di consumo differenti che siano maggiormente attenti e rispettosi dell’ambiente, a prescindere dagli obblighi di legge. O volete che i vostri figli finiscano per andare ad ammirare le isole di plastica create dall’accumulo di rifiuti come il Pacific Trash Vortex?
  2. Abbiamo sempre pagato. Davvero credete che fino a oggi le buste messe a disposizione dai venditori fossero un gentile omaggio? Il loro costo era (giustamente) calcolato e nascosto nel prezzo dei prodotti mentre adesso diventa obbligatorio dichiararlo nello scontrino, con maggiore trasparenza e maggior impatto sulla coscienza ambientale del consumatore.
  3. sacchetti-fruttaNon è una stangata. Tra le tante reazioni – anche ufficiali – alla nuova norma ce ne sono diverse che parlano con toni indignati di stangata o di tassa sulla spesa ai danni dei poveri cittadini già gravati da tasse e imposte. Ecco, appunto, forse bisognerebbe concentrarsi sugli aumenti di bollette e affini, ben più importanti. Secondo le stime dell’osservatorio di Assobioplastiche – Associazione Italiana delle bioplastiche e dei materiali biodegradabili e compostabili – gli italiani utilizzano in media 150 sacchetti l’anno; considerando un prezzo medio di 1 – 2,5 centesimi a busta la spesa complessiva per famiglia potrebbe registrare un aumento irrisorio, compreso fra 1,5 euro e 4 euro. Più allarmistiche le stime del Codacons, che prendono in esame numeri più alti e prezzi fino a 10 centesimi a sacchetto (decisamente speculatori) arrivando fino a 50 euro l’anno. Vogliamo fare due conti su quanto ci costeranno gli aumenti di gas, luce e pedaggi autostradali?
  4. net-bagLe alternative? Ci sono. Siete davvero sicuri che acquistare frutta e verdura al supermercato – magari comprando una mela, due carote e 5 pomodori con una bustina per ogni alimento, o peggio ancora scegliendo quella già confezionata nel polistirolo con doppio imballo – sia la scelta migliore? Non sarebbe meglio fare una passeggiata al mercato, scegliersi un banco di fiducia magari di un coltivatore diretto che non vi darà le fragole a febbraio e le verze a giugno ma vi metterà quanto scelto nei cari, vecchi ed eco-friendly sacchetti di carta (pure quelli da non sprecare, comunque) e saprà pure consigliarvi come cucinarle al meglio? Ok, va bene, niente ramanzine gastro-paternaliste. Ma potete sempre scegliere alternative alla plastica (per quanto bio) più rispettose dell’ambiente, come ad esempio la “net bag” in corda o cotone biologico riutilizzabile su cui applicare lo scontrino della merce pesata.
  5. acini-sacchettiNon c’è nessun complotto. In Italia non esiste solo un’azienda produttrice di materiale plastico biodegradabile e compostabile ma ce ne sono diverse, e per inciso il settore rappresenta una delle eccellenze del Made in Italy. Ci vogliamo lamentare anche di questo?

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