One Minute Meal: il documentario che racconta New York un piatto alla volta

24 gennaio 2018

A dispetto del nome, One Minute Meal non è una nuova catena di fast food e neanche un format di ricette da realizzare in meno di un minuto: è un vasto progetto documentario di James Boo che, i video di un minuto raccontano le realtà dietro i pasti serviti a new york tramite video della durata esatta di un minuto, racconta le realtà dietro i tanti pasti serviti ogni giorno a New York, raccontata dalla voce di chi li prepara. Mangiare è infatti un atto istintivo per qualunque animale, ma preparare il cibo è un’attività tipicamente umana; e come tutto ciò che è umano, è messa in pratica in milioni di modi diversi, da miliardi di persone diverse, per motivi che raramente hanno a che vedere con la mera sopravvivenza. One Minute Meal non si propone di raccontare tutto il mondo del cibo: nella sua parcellizzazione si concentra sulla città di New York (suddivisa a sua volta in Manhattan, Brooklyn, Bronx, Queens, ecc.) e racconta le cucine dei ristoranti normali, senza stelle ma con una clientela di quartiere, con le difficoltà di tutti i giorni e le soddisfazioni di un lavoro ben fatto.

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One Minute Meal conta oggi 62 mini documentari, per 62 minuti esatti di visione, tutti disponibili sul sito oneminutemealfilms.com. Il progetto è nato da un’idea del regista James Boo, ma ha coinvolto in seguito i collaboratori Jason Kelley, Dorian Love, Donnely Marks, Emily Weeks e la produttrice Mackenzie Smith. Molti dei video raccontano il cibo come appartenenza culturale e mezzo d’integrazione: a New York, come anche a Roma o a Milano, i ristoranti e i festival etnici sono spesso un modo per creare comunità ­– lo raccontano i protagonisti provenienti da Haiti, dal Laos, dall’Indonesia, dal Bangladesh e persino dalla Mongolia. Dalla parte opposta, l’atto di cucinare significa anche mettere radici nella cultura locale: avreste mai sospettato che il cuore del quartiere Park Slope, a Brooklyn, fosse un forno comunitario, in cui ancora oggi è possibile cuocere pane, torte o qualsiasi altro tipo di pietanze?

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Ma al di là della portata culturale, le cucine raccontate da James Boo devono anche affrontare difficoltà pratiche, molto simili a quelle dei ristoranti nostrani: complicazioni burocratiche, tecniche, semplicemente personali. C’è chi continua a portare avanti il ristorante di famiglia e lo fa faticando duramente, i sentimenti e le persone dietro le cucine si trovano in ogni parte del mondo senza sentire la passione che animava i genitori; chi ha dovuto trasferire il proprio locale a causa della gentrificazione (e chi ha successo grazie alla gentrificazione), chi ha perso il lavoro perché aveva documenti irregolari, chi ha studiato duramente per preparare i migliori noodles della città e chi ogni giorno si sforza di far quadrare creatività e conti economici. Ci sono poi tutte le questioni attorno alla cucina: il compostaggio dei residui, la resistenza delle botteghe di quartiere contro i colossi delle vendite online, le richieste dei venditori ambulanti alle autorità comunali. Ci sono sentimenti e persone dietro le cucine che sono a New York ma che effettivamente si trovano in tutto il mondo: per raccontarli tutti ci vorrebbero però milioni di minuti.

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