Viaggio nei birrifici italiani: Cr/ak Brewery

13 marzo 2018

Continua il nostro viaggio nell’Italia della birra artigianale. Questa volta facciamo tappa in Veneto da Cr\Ak, Birrificio dell’Anno 2018 nel concorso organizzato da Unionbirrai, in occasione di BeerAttraction alla fiera di Rimini. Dagli esordi come homebrewer ai progetti per il futuro, Claudio Franzolin ci racconta tutto quello che c’è da sapere sul microbirrificio padovano.

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Quando e come nasce Cr\Ak?
I fondatori sono il birraio Marco Ruffa ed Antony Pravato. Avevano alle spalle già diverse cotte da homebrewer, quando nel 2012 decidono di diventare una brew firm: Birra Olmo. Per circa tre anni hanno prodotto prevalentemente presso gli impianti di Brewfist, birrificio con cui Marco ha anche lavorato per un periodo, prima di un’interessante esperienza in Inghilterra da Buxton. Nel 2015 avviamo il progetto Cr\Ak, il cui nome è già sintomatico della rottura rispetto a Olmo: impianto di proprietà e birre nuove, ci siamo portati dietro solo il nome della nostra Guerilla IPA.

Alla tradizione di quale paese vi ispirate e quali birrifici, birra e birraio vi hanno in qualche modo influenzato?
Sicuramente le nostre birre sono di ispirazione americana, tanto luppolo, tanti profumi che segnano quella netta differenza tra un’artigianale ed un’industriale. L’industria non potrà mai fare un’Ipa come si deve, per una questione di costi e di freschezza. Come birrifici, le nostre prime bevute erano marchiate Thornbridge e Brewdog. Guardando all’Italia non posso non citare la Spaceman di Brewfist che ci ha aperto la mente. Andando oltre la questione luppolo, Birrificio Italiano è un modello per la meticolosità e la precisione di Agostino Arioli, tant’è che abbiamo fatto anche una birra in collaborazione con lui.

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Quante birre avete in produzione?
Attualmente produciamo 4 birre fisse, che da qualche settimana sono disponibili tutte solamente in lattine: non facciamo più bottiglie. Eravamo un po’ diffidenti e temevamo che si potessero generare equivoci circa il posizionamento del prodotto. Poi, dopo un po’ di viaggi negli Stati Uniti, abbiamo visto che la qualità delle birre in lattina è davvero eccellente. Da notare che la nostra New Zealand Ipa sta per ottenere la certificazione Gluten Free. Durante l’anno produciamo anche delle birre a rotazione, in base ai luppoli che ci arrivano e altre frutto di collaborazioni con birrifici amici. Infine c’è il nostro Progetto Cantina con produzioni ad hoc finalizzate ad un passaggio in botti forniteci da piccoli produttori di vino dei Colli Euganei.

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Dopo soli 3 anni dunque l’arrivo di un riconoscimento importante.
Sì, è stato assolutamente inaspettato. Sapevamo di poter dire la nostra sugli stili più luppolati, sinceramente è stato sorprendente il fatto di esserci classificati davanti alla Xyayu di Baladin con la BV05, un english barley wine invecchiato in botti di vino del nostro Progetto Cantina. In totale, nelle varie categorie, abbiamo collezionato tre primi posti, due secondi posti e un terzo posto e pertanto siamo stati eletti Birrificio dell’Anno 2018.

Il birrificio Cr\ak sin da subito si è dotato di una Tap Room dove bere le birre a pochi metri dall’impianto di produzione. Al di là di evidenti ragioni economiche, raccontaci l’idea che c’è dietro questa scelta.
Quando abbiamo aperto il birrificio era uno dei nostri obiettivi avere uno spazio dove servire le nostre birre al massimo della freschezza, per gustarle al meglio. In pratica dalla produzione alla spillatura tutto avviene sotto il nostro controllo e per noi è fantastico vedere la reazione della gente: ti accorgi dalla loro faccia se la birra è piaciuta! Poi ovviamente anche a livello economico è conveniente trattandosi di vendita diretta, ma la vera soddisfazione è accogliere 4 o 500 persone che dal centro vengono da noi durante il weekend, è fantastico!

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Qual è la situazione del mercato della birra artigianale in Italia?
Il nostro è un mercato che vuole birre essenzialmente equilibrate, quelle cose esagerate che stupiscono, dopo un po’ non funzionano. Cerchiamo birre buone da bere, siamo un po’ all’opposto dei paesi scandinavi dove si prediligono gusti estremi. Al momento l’Italia non ha nulla da invidiare agli altri paesi, forse all’estero paghiamo un po’ il fatto che storicamente non siamo una nazione di grande tradizione birraria, ma è un problema più di marketing che di prodotto.

A quali altri paesi guardate con maggiore attenzione.
La scena inglese attualmente è la più interessante d’Europa, un esempio sia per quanto riguarda la qualità che il modo di proporsi. Trai paesi emergenti occhio alla Spagna che sta correndo davvero parecchio.

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Un’anteprima per i lettori di Agrodolce?
Siamo stati negli Stati Uniti a selezionare un determinato luppolo, coltivato in un’area precisa da un produttore che abbiamo scelto. Siamo in attesa che ci arrivi per fare una birra che, a partire da aprile, sarà la quinta della nostra linea e verrà distribuita solo in lattina. L’ essere andati fino in America per scegliere un luppolo e l’aver optato esclusivamente per la lattina è per noi una sorta di passo da gigante… In parte vi ho svelato il nome!

Un messaggio al mondo birrario italiano?
Meno invidia e più collaborazione. Può sembrare una cosa banale, come volere la pace nel mondo ma davvero… Dovremmo prendere esempio dall’Inghilterra dove un Cloudwater e un Magic Rock sono dei buoni vicini di casa. Noi a dicembre abbiamo prodotto una birra con Hammer, che agli occhi di tutti potrebbe sembrare un concorrente sulle luppolate, invece abbiamo deciso di fare qualcosa insieme per avere uno stimolo a migliorare e spingere la buona birra in Italia. Dobbiamo renderci conto che da soli non andiamo da nessuna parte e non facciamo crescere il movimento.

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