Tesori estivi: l’albicocca di Valleggia

7 giugno 2018

Stiamo entrando in uno dei momenti più lieti per il nostro palato: il periodo della frutta estiva. Uno dei più gustosi e amati è l’albicocca, frutto originario della Cina e giunto fino a noi – pare – grazie all’iniziale intervento di Alessandro Magno (che lo introdusse in occidente) una varietà autoctona della zona intorno a savona, l'area di valleggia e al finale consolidamento della sua diffusione nel bacino mediterraneo da parte degli arabi. In Italia esistono diverse varietà di albicocche, ma una delle più interessanti (e buone) è l’albicocca di Valleggia, frutto inconfondibile, soprattutto grazie ai colori della sua buccia. La Valleggia è una varietà autoctona del Savonese, per la precisione dell’area di Valleggia appunto, nell’immediato entroterra di Savona, zona da cui nel passato la produzione si è irradiata nella zona di Varazze e Albissola, a Spotorno e fino al finalese. Oggi è invece concentrata nella fascia costiera fino a 300 metri sul livello del mare, da Albissola a Vado Ligure, negli altri comuni dell’area storica tra Loano e Varazze si trovano, purtroppo, solo alcuni frutteti sporadici.

Origini

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La traccia più antica di una presenza della coltivazione di albicocchi di qualità superiore in quella zona la troviamo nell’opera Statistica del Dipartimento di Montenotte, redatta da Gilbert Chabrol de Volvic, Prefetto napoleonico, edita nell’anno 1824. pare che le albicocche in questione siano arrivate dall'estremo oriente via mare Nel Capitolo IV, quando si parla delle produzioni agricole del Circondario di Savona: “Gli alberi da frutto sono notevoli per la squisitezza dei loro frutti; tra di essi si distingue una specie di piccole albicocche chiamate alessandrine…” Nella zona di Valleggia tutti gli abitanti concordano sul fatto che i primi esemplari di questa varietà si siano originati da semi provenienti via mare dall’estremo Oriente e scaricati casualmente nel porto di Savona. Ai tempi era pratica comune distribuire i rifiuti nei campi: questa abitudine sicuramente favorì la germinazione di questi semi che, lasciati sviluppare, diedero vita ai primi alberi di Valleggia. Fruttificando, questi alberi rivelarono presto le loro eccezionali qualità organolettiche, che ancora oggi contraddistinguono questa varietà di albicocca. I migliori esemplari furono poi utilizzati come piante madri per la produzione di innesti, conferendo in tal modo una certa stabilità delle caratteristiche varietali, arrivata fino a noi.

Caratteristiche

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L’albicocca di Valleggia, come già detto, è inconfondibile: la si riconosce grazie alla buccia sottile, di un delicato colore arancio, picchiettato da puntini color mattone. Le sue dimensioni sono piccole, ma sapore e aroma sono decisamente più intensi delle altre varietà sul mercato.

Un frutto unico, da preservare

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Il momento di massima espansione di questa albicocca è stato negli anni ’50-’60, periodo durante il quale i frutteti si estendevano per centinaia di ettari, da Loano a Varazze, e rappresentava il 70% della produzione della provincia. a partire dagli anni '70 la produzione di albicocca di valleggia entra in crisi La Valleggia era esportata anche su mercati esteri (svizzero e tedesco), con treni speciali che partivano proprio dalla riviera. La produzione di questa albicocca ha poi subìto un arresto e una profonda crisi, a partire dagli anni ’70 fino ai ‘90, iniziano gli espianti. La Valleggia ha sofferto l’azione di più fattori: l’espansione edilizia che ha devastato il litorale savonese, l’introduzione di serre per la nascente attività di florovivaismo, uniti al fatto che le piante non fossero coltivate a spalliera come avviene in altri frutteti moderni, essendo più alte della norma e quindi più difficili da raccogliere e da potare. Tutto ciò offre una spiegazione più che esauriente del progressivo abbandono di questa coltivazione negli ultimi trent’anni.

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Proprio perché la Valleggia è un frutto ottimo e dalle molteplici qualità (con un occhio rivolto alla tutela del territorio), si è reso necessario un impegno per riportare questo frutto a una produzione soddisfacente. Oggi a Quiliano, una delle tre aree maggiormente interessate dalla coltivazione durante gli anni ’60, insieme a Finale Ligure e Spotorno, rimangono ancora frutteti, infatti proprio da qui è iniziata l’attività di recupero e valorizzazione di questa albicocca, attraverso l’unione dei produttori in due cooperative, diventata anche Presìdio Slow Food. Fortunatamente esistono ancora diversi alberi tra i 50 e i 70 anni, alcuni risalgono anche ai primi del Novecento.

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La produzione attuale, che coinvolge circa una trentina piccole aziende che raccolgono e selezionano a mano i frutti migliori, risulta ancora esigua rispetto alla produzione di 50-60 anni fa. Sono stati fatti nuovi impianti, ancora troppo pochi rispetto alle potenzialità del territorio, ma è importante che si stia lavorando in questa direzione, per riportare un prodotto importante per l’economia locale agli antichi fasti di un tempo.

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