Perché dovremmo essere grati ad Anthony Bourdain

11 giugno 2018

Il corpo non è un tempio, è un lunapark. Godetevi la corsa. Se dovessi scegliere una frase per sintetizzare il Bourdain-pensiero, sarebbe questa. Credo che nessuno al mondo abbia saputo farlo come lui. ciò che conta è quello che bourdain è stato per il mondo della cucina e non solo Per questo sono rimasta sconvolta dalla sua decisione di scendere improvvisamente dalla giostra: me lo aspetterei da tutti, non da lui. Per tanti versi, Bourdain ha condotto la vita che la quasi totalità degli abitanti della terra vorrebbe: eccessi in gioventù, successo, viaggiare, mangiare, viaggiare, mangiare. Eppure, a quanto pare, nemmeno questo a volte basta. Non ho idea del perché Bourdain abbia deciso di uccidersi; non mi soffermo sulle ipotesi complottistiche, sulle versioni da giornale scandalistico: il motivo rimane custodito in un luogo che nessuno di noi potrà mai raggiungere. E non è davvero così importante saperlo. Ciò che conta è quello che Anthony Bourdain è stato: per il mondo della cucina, per me e per i tanti che da qualche giorno si sentono un po’ più smarriti.

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Kitchen Confidential, con la copertina rosso sangue dell’edizione Universale Economica Feltrinelli, è stato il primo libro di cucina che io abbia letto insieme alla saga dell’ex critica del NY Times, Ruth Reichl. Mi ha colpito come ha colpito chiunque abbia avuto la buona idea di leggerlo. Un libro scorretto, arguto, divertente. Ho capito che la cucina nascondeva molti più lati di quanti potessi immaginare; mi ha fatto venire voglia di aprire porte ancora chiuse, di scoprire la parte sconosciuta di un mondo ancora lontano dalle luci della ribalta come lo è adesso.

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Ho letto tutti i libri di Bourdain. Ho guardato tutti i suoi documentari, anche quelli in cui era soltanto una piacevole voce narrante, come The Mind of a Chef. Ho segnato gli indirizzi dei locali che visitava. malesia, vienna, hokkaido, vietnam, québec, spagna, giappone: sognare e progettare vacanze Ho riguardato puntate mentre pranzavo, desiderando di risucchiare anche io quegli invitanti noodles in Malesia o di attaccare con coltello e forchetta una schnitzel gigantesca a Vienna. Ho sognato e progettato vacanze dopo aver esplorato virtualmente con lui nazioni che non avevo mai considerato: il pesce e i latticini dell’Hokkaido, le zuppe del Vietnam, le teste di gamberi cotti su una brace all’aperto in Spagna, l’opulenza quasi pornografica della cucina del Québec. Forse non avrei mai deciso di dedicare mesi della mia vita a organizzare un viaggio in Giappone, se Anthony Bourdain non mi avesse pian piano instillato quell’inestinguibile bisogno di sperimentarlo a bocca più aperta possibile, perché si tratta del “Paese dove si mangia meglio al mondo”.

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Prima di andare da Tickets a Barcellona, ho riguardato la puntata in cui Anthony si diverte un mondo a trangugiare tapas visionarie insieme al suo amico e collega José Andrés. Bourdain è diventato da subito un compagno di viaggio virtuale e reale, una voce di sottofondo in ognuna delle mie scorribande gastronomiche: “Non sento di meritarmi dell’altro foie gras, ma che farebbe Tony?” Si godrebbe ogni secondo del pasto, senza esitazioni: ecco cosa farebbe.

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Anthony Bourdain ci ha insegnato a vivere il mondo, ad aprirci al mondo, a farlo nostro tramite il canale più semplice e piacevole possibile: il cibo. Con un linguaggio ruvido, ironico, sboccato; con un sorriso sornione e un appetito ineguagliabile. ci ha insegnato a fare nostro il mondo attraverso il cibo Bourdain ci ha regalato una finestra su luoghi che magari non vedremo mai di persona: ci ha fatto sedere con lui sulle sgangherate sedie di plastica degli hawker center in Asia e lì ha piantato il seme del wanderlust, l’irresistibile desiderio di partire, in migliaia di persone. Per questo la sua morte è una perdita gravissima per il mondo gastronomico e non solo. Per questo dovremmo essergli grati sempre.

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