Vini dal mondo: 7 vini insoliti che definiscono altrettanti Paesi

31 luglio 2018

Quando parliamo di vino ci riferiamo quasi sempre ai Paesi produttori più importanti, dall’Italia alla Francia, passando per Spagna e Germania e poi oltreoceano a Stati Uniti e Australia, ma ci sono nazioni che non consideriamo a livello enologico e che invece hanno una loro storia e dignità. In questi Paesi magari il vino non è la bevanda nazionale, ma ha un suo peso e una forte tradizione. Ed è proprio dei vini tipici, di beva quotidiana, ma anche di prestigio, che vogliamo parlare, senza voler fare una escursione enologica e produttiva.

  1. retsinaRetsina (Grecia). È il vino che identifichiamo con la penisola ellenica, chiunque è stato in vacanza in Grecia, ne ha bevuta tanta di retsina, spesso di qualità bassa, che negli anni settanta, un po’ come per il Lambrusco in Italia è stato sovraprodotto, con risultati spesso pessimi. Il nome deriva dal fatto che, nell’antichità, per prevenire l’ossidazione durante il trasporto, le anfore fossero sigillate con resina di pino. Con il passare del tempo la resina fu aggiunta al vino, per evitare, sempre durante i viaggi, la ripartenza della fermentazione. E da lì parte il successo del vino greco per eccellenza, che oggi torna a essere prodotto anche a interessanti livelli qualitativi. A base di uve bianche autoctone, prodotto principalmente in Attica, unisce una mordente acidità alle note balsamiche di resina ed è ideale per freschi aperitivi estivi.
  2. vinho verdeVinho Verde (Portogallo). Porto e Madera sono le istituzioni vinicole lusitane, conosciute in tutto il mondo, ma il Portogallo è produttore poco conosciuto di eccellenze sia a bacca rossa che a bacca bianca. La palma di vino tipico spetta al Vinho Verde, che prende il nome non dal colore naturalmente, ma dall’associazione con la gioventù. E infatti un vino che va consumato non oltre l’anno dall’imbottigliamento,  prodotto non solo come bianco, come si crede, ma anche come rosso. I vigneti sono nella parte settentrionale del Portogallo nella zona del Minho, l’Alvarinho è il vitigno a bacca bianca più utilizzato, mentre tra i rossi sono Vinhao e Borraçal. Nella tradizione, una non perfetta conservazione, provocava una rifermentazione in bottiglia, che dava un tono di carbonica, a volte eccessivo, ma che è rimasto nella memoria gustativa, di un vino che unisce frutto a freschezza, con la piacevolezza di un leggero tono frizzante. Alici e mozzarella possono essere compagni ideali.
  3. mavrud-2Mavrud (Bulgaria). La Bulgaria fra i paesi dell’Europa dell’Est è quello con la più antica tradizione vitivinicola, paragonabile solo a quella georgiana che in ogni caso merita un discorso a parte. Le prime tracce di viticoltura risalgono ai tempi dei Traci e dei Romani. E già nel II secolo D.C., vide la luce una prima legislazione in materia. Durante gli anni del comunismo le uve prodotte erano vendute quasi esclusivamente sul mercato estero, ma con l’avvento della democrazia sono nate e si sono sviluppate molte cantine e soprattutto il livello qualitativo è molto cresciuto. I vitigni internazionali sono molto coltivati, ma in parallelo a varietà autoctone: il Dimyat, a bacca bianca; il Pamid, a bacca rossa, utilizzati per vini freschi e quotidiani. E il più prestigioso, il Mavrud, anche lui a bacca rossa, adatto all’invecchiamento, anche grazie all’uso, forse a volte eccessivo della barrique. Un vino dal frutto ricco, di bella vinosità, che i bulgari stappano nelle migliori occasioni.
  4. sangue-di-toroSangue di Toro (Ungheria). Il vino ungherese più conosciuto è il Tokaj, uno dei vini dolci più apprezzati e costosi, soprattutto nella denominazione Eszencia, bottiglie che si conservano per oltre cinquant’anni. Ma se chiedete a un ungherese quale sia il vino che lo rappresenta di più, soprattutto da un punto di vista di appartenenza, è il Sangue di Toro. Un vino dal colore rosso profondo, praticamente ematico: a queste tonalità risale la sua leggenda. Pare infatti che nel XVI secolo fu la causa principali della vittoria ungherese sugli invasori ottomani, spaventati dal vedere i soldati magiari con le barbe bionde intrise del vino che i turchi scambiarono appunto per sangue di toro. L’uva con cui era prodotto originariamente il vino è il Kadarka, vitigno complicato sia dal punto di vista agronomico che enologico, è soprattutto molto selvaggio al gusto (e forse questo ha contribuito ad alimentare la leggenda). E oggi al Kadarka sono aggiunti altri vitigni,  autoctoni come il Kékfrankos o internazionali come Cabernet Franc e Merlot. Ma senza intaccare minimamente la fierezza che gli ungheresi hanno nei confronti di questo vino.
  5. txakoliTxakoli (Paesi Baschi). Rossi potenti e di grande struttura, bianchi profumati, fini dal bel profilo aromatico, in Catalogna la tradizione delle bollicine con i Cava ormai conosciuti in tutto il mondo, ma volendo addentrarsi nelle tradizioni delle singole comunità spagnole, come si fa a non parlare del Txakoli, la bevanda per eccellenza nei Paesi Baschi consumato a litri nei bar a pintxos da Bilbao a San Sebastian? Tre le zone di produzione, Getaria, Àlava e Vizcay; Hondarribi Zuria il vitigno più utilizzato, per un vino dal colore paglierino, fresco, con una leggera nota frizzante, con toni di agrumi e frutta bianca, una leggera nota affumicata che si abbina a meraviglia con prosciutto, frutti di mare, formaggi freschi e tutte le delizie che potete trovare nei banconi baschi. E la qualità oggi si è molto innalzata, non solo il bicchiere, spesso discutibile, che vi serviva l’oste, ma una selezione di bottiglie il cui livello è sempre più alto
  6. piscoPisco (Perù). Sì lo sappiamo, il Pisco non è un vino, ma in Perù – che se ne contende la paternità a suon di battaglie legali con il Cile (la cui produzione vinicola è decisamente più importante e di qualità) – le uve sono prodotte quasi esclusivamente per realizzare questo distillato che dal Paese andino è diventato famoso in tutto il mondo. Famoso già a partire dal XIX secolo, è realizzato principalmente con uve coltivate nelle regioni di Ica e Arequipa, a partire dalle varietà Torontel, Albilla, Mollar e Moscatel, tutte uve con una ricca fascia aromatica. Niente solforosa nella vinificazione del mosto, che poi è distillato in alambicchi discontinui e affinato in acciaio o vetro, mentre nel prodotto cileno si usa il legno. Ne viene fuori un distillato con un grado alcolico intorno ai 38 gradi, molto ricco in toni fruttati e freschi. Lo si consuma netto a fine pasto oppure come protagonista del bere miscelato, con il Pisco Sour che è assurto a fama internazionale.
  7. bermetBermet (Serbia). Se parliamo dei paesi nati dalla diaspora della Jugoslavia, quello più importante per terroir e qualità della produzione è sicuramente la Slovenia, con la confinante Croazia in grande crescita. Poco invece si sa dei vini della Serbia e, in effetti, è una storia che si sta ricostruendo dopo anni di silenzio. È proprio la storia ci riporta a un vino liquoroso che era uno dei più apprezzati e ricercati al mondo, bevuto nelle corti europee più importanti e in carta addirittura nel Titanic, nella sua unica tragica traversata nel 1912. Parliamo del Bermet, che oggi è prodotto in non più di trentamila bottiglie, nella regione di Fruška Gora, nel Nord della Serbia e particolarmente nel comune di Sremsi Karlovci. La base è il vino ricavato da uve bianche, l’autoctona Zûplianka, o rosse, l’internazionale Merlot: quello della vendemmia dell’anno precedente viene aromatizzato con erbe, spezie e frutta secca. 4 giorni di fermentazione, 4 mesi di affinamento in botte e poi questo vino, tra dolce e vermouth, intorno ai 18 gradi e pronto per il consumo, sia come aperitivo che come compagno di fine pasto.

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