Perché pagare poco fa male anche al consumatore

28 agosto 2018

In molti avrete letto o sentito parlare delle numerose morti di braccianti negli ultimi mesi: eclatante il caso dei 16 lavoratori morti in 3 giorni per incidenti al rientro dal lavoro, stipati malamente dentro ai furgoni dei caporali in Puglia. lo sfruttamento dei braccianti è un problema da risolvere alla radice Lo sfruttamento dei braccianti in agricoltura è una realtà purtroppo molto attuale, che vede il lavoro agricolo svolto in pessime condizioni. I protagonisti sono per lo più stranieri pagati a cottimo e in balia dell’odioso fenomeno del caporalato. Questa nuova condizione di semi-schiavitù riguarda non soltanto chi la vive direttamente, ma tutti noi consumatori: lo sfruttamento del lavoro in agricoltura è fortemente correlato al discorso sul cibo a basso costo. In termini umanitari una passata di pomodoro acquistata a 30 centesimi ci costa carissima.

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Secondo i dati del rapporto Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto, sono 400 mila i braccianti agricoli impegnati nella raccolta di pomodori, di cui almeno 100 mila, cioè un quarto, subiscono forme di ricatto lavorativo e vivono in condizioni disumane. Lavorano dalle 8 alle 12 ore al giorno per una paga media di 3 euro l’ora, il 50 % in meno di quanto previsto dalle norme nazionali. Purtroppo il fenomeno dello sfruttamento del lavoro non riguarda solo la Puglia e il pomodoro, ma è stagionale e tocca altre parti d’Italia. I nuovi schiavi delle campagne italiane sono una delle conseguenze dello strapotere della grande distribuzione organizzata e della concorrenza sleale nella commercializzazione di prodotti alimentari, spesso venduti a prezzi inferiori al costo di produzione.

Cosa può fare il consumatore

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Noi consumatori possiamo dare un contributo per migliorare la situazione? Sicuramente è nostro dovere informarci sulla filiera e su come, e da chi, è prodotto il cibo che acquistiamo, di conseguenza scegliere secondo coscienza, e le istituzioni devono aiutarci a scegliere. Slow Food si sta impegnando concretamente per contrastare questo fenomeno: “Una mattanza intollerabile – dichiara il Comitato esecutivo di Slow Food Italia a nome di tutta l’associazione – che avviene ormai in modo palese. Lo Stato deve mettere al centro delle proprie politiche la tutela dei lavoratori, spesso migranti regolari in Italia alla ricerca di opportunità lavorative e di un futuro migliore per sé e per la propria famiglia. Lo sfruttamento dei braccianti agricoli è un fenomeno noto a tutti“.

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Slow Food Italia chiede al Governo che sia introdotta l’obbligatorietà del prezzo all’origine: su ogni etichetta deve essere indicato quanto è stato pagato il prodotto agricolo al contadino, il consumatore può scegliere di non comprare i prodotti di chi sfrutta in modo che il consumatore possa scegliere catene di trasformazione e di distribuzione che privilegino la remunerazione del lavoro nei campi allo sfruttamento e al nuovo schiavismo. “Facciamo appello – aggiunge il Comitato esecutivo di Slow Food Italia – a tutti i consumatori: quando andiamo ad acquistare i frutti della terra dobbiamo prestare la massima attenzione a non diventare complici di questo neo-schiavismo, evitando di scegliere le offerte al ribasso o marchi della grande distribuzione che praticano politiche dei prezzi aggressive e non etiche. Quando spendiamo i nostri soldi dobbiamo fare la differenza, privilegiando aziende e marchi che facciano della sostenibilità e dell’eticità un pilastro del proprio business. Il cibo deve essere un motore di cambiamento per la nostra società. Come Slow Food crediamo e investiamo in questo modello tutte le nostre risorse ideali“.

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Questo tema è da sempre al centro delle politiche dell’associazione, e quest’anno, dal 20 al 24 settembre, sarà anche al centro di Terra Madre Salone del Gusto di Torino, all’insegna dell’espressione #foodforchange, cibo per il cambiamento, un cibo più equo e per tutti.

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