L’ascesa e il declino dei celebrity chef

14 settembre 2018

L’articolo originale “The rise and fall of the TV chef” di Tim Hayward compare su The Guardian. I giorni dei celebrity chef sono contati e forse i prossimi Jamie Oliver e Gordon Ramsay non esistono? Abbiamo tradotto l’articolo per voi.

I cuochi sono arrivati nella TV inglese più o meno contemporaneamente all’arrivo di quella stessa TV nelle case – da Philip Harben negli anni ’40 alla famosa Santa Delia – ma è stato solo intorno al 1999 che, con un colpo di genio, il produttore televisivo Pat Llewellyn ha portato Jamie Oliver e Gordon Ramsay sui nostri schermi, in giacche bianche sudaticce e zoccoli, pretendendo che fossero sexy. Non si trattava di presentatori televisivi forti di una storia remota di pranzi per gli amici e libri sul cibo, ma di veri e propri cuochi, e di lì in poi avremmo condiviso le loro esistenze e li avremmo amati al pari delle rockstar.

anthony-bourdain

I celebrity chef con un piede in cucina e uno nello studio sono diventati il fenomeno televisivo dominante dei media inglesi e per almeno vent’anni, l’irrefrenabile ambizione di molti giovani cuochi è stata quella di fare successo in TV, non tutti possono essere marco pierre white, gordon ramsay o anthony bourdain mentre il modo in cui venivano presentati – volubili, assertivi, obbligatoriamente maschi, perfezionisti, come fossero tutti dei Marco Pierre White filtrati attraverso il suo rampollo Ramsay – e diventato, praticamente, un modello di riferimento. Ma all’improvviso, tutto questo è messo in discussione: qualcosa è cambiato, nella relazione tra gli chef e la celebrità. La morte di Anthony Bourdain, il primo a portare sotto le luci della ribalta la vita un po’ sudicia dello chef e a far intravedere la possibilità che quest’ultima potesse essere interessante, ha rappresentato un momento significativo, come lo ha rappresentato la recente disanima dell’effetto devastante e a volte reazionario di MasterChef sul mondo della ristorazione inglese, scritta dal critico gastronomico Marina O’Loughlin.

michele masterchef 6

Nelle zone meno appetibili di Londra, però, trasmissioni come MasterChef e The Great British Menu hanno il loro peso specifico. Un pasto di altissima qualità, per definizione, includeva tradizionalmente un sommelier con il sorriso beffardo e un cameriere che dava fuoco al dolce su un carrello vicino al tavolo, ma per il pubblico da casa, martellato dall’entusiasmo di Gregg Wallace e John Torode, è stato ridefinito in termini di sbavate, insulti, un menu di assaggini e le urla dello chef che sgrida il personale, che arrivano dritte in sala. Le gare di cuochi non hanno fatto altro che creare una florida industria della ristorazione di lusso lontana dai confini di Londra, inventando un genere ben preciso che poi era pubblicizzato sui piccoli schermi in prima serata.

Quanto durerà?

instagram-jamie-oliver

Ma oggi, gli chef che lavorano fuori Londra stanno iniziando a chiedersi quanto potrà durare ancora questo gioco. I clienti più spendaccioni, quelli con gli impermeabili firmati e le scarpe d’oro, ci si chiede quanto ancora potrà durare questo fenomeno non sembrano più interessati ai menu obbligati di soli assaggini – o alla visione estatica di un qualche cuoco locale che non è mai andato in TV, e a giudicare dall’aria che tira, probabilmente non ci andrà mai. Si trovano quindi a dover studiare un modo di riportare la gente del luogo nei loro ristoranti. Non dev’essere una bella sensazione. L’iniziale promessa seducente sembrava stabilire che il cibo impilato in quantità minuscole su piatti ad hoc potesse essere sufficiente a elevare la proposta al di sopra dei triti menu a base di bistecche e patatine e arrosti della domenica, perlomeno agli occhi della clientela locale. Ma quello che sta succedendo adesso, è che un’intera generazione di celebrità regionali sta comprando i pub locali per farci proprio questo, nella speranza di ricavarci qualche soldo.

Marco Pierre White

Il problema è che la TV, il media che il celebrity chef lo ha creato e coccolato, ha smesso da tempo di portare volti nuovi sugli schermi. Le ultime stagioni televisive stanno continuando a produrre programmi incentrati sugli chef che erano già famosi all’inizio di questa storia. Rick Stein, James Martin e ancora Ramsay – scelte sicure, ma che si tengono alla larga dalle cucine professionali da tempo, per paura di sporcarsi le mani.

Saturazione da celebrity chef

ramsay prigione

Ho parlato con Melanie Jappy, la produttrice che, prima di lanciare The Wine Show, ha prodotto programmi con Heston Blumenthal, Hugh Fearnley-Whittingstall e Raymond Blanc, e le ho chiesto la sua opinione. se avessi offerto un posto in tv ai giovani e brillanti chef degli ultimi locali che ho recensito, mi avrebbero riso dietroSenza dubbio si è arrivati al punto di saturazione e il mercato, ora, si è fortemente rarefatto e sono rimasti solo i nomi più grandi“, ha detto. “Il vero motivo per cui queste persone riescono a sopravvivere è che sono in grado di connettersi, su vari livelli, con un’ampia gamma di persone. La capacità di stabilire una connessione con il pubblico è sempre stata il punto di forza più apprezzabile in un presentatore televisivo. L’idea che stiano parlando solo con te e con nessun altro. È come se quel tipo di entusiasmo genuino, quella capacità di condividere e comunicare, quel livello di intelligenza emotiva siano diametralmente opposti all’archetipo ossessivo che i media hanno creato intorno ai loro chef. Se avessi offerto un posto in TV ai giovani chef brillanti artefici dell’ultima dozzina di locali che ho recensito, mi avrebbero riso dietro. Riuscite a immaginare gli chef del Sabor o di Lyle’s fare un programma sulle cene di famiglia pronte in quindici minuti? Chi ha voglia di farsi urlare dietro per tre mesi in uno studio televisivo da qualcuno con in mano un taccuino solo per ricavarne un po’ di visibilità? Sembra quasi che le nuove generazioni siano più interessate a idee apparentemente antiquate – cibo eccelso, ospitalità e forse, ma solo forse, mettere su un ristorante decente, che rimanga sostenibile anche se l’economia procede a scossoni in mezzo a una tempesta perfetta“.

50 best e Michelin

50-best-2018

Il quadro generale sembra restituire la visione di un’industria in fase di transizione. Da anni ormai, il momento più importante nell’anno di uno chef è quello della premiazione dei 50 Best Restaurants Awards, anche il sistema michelin sta perdendo il suo fascino ed è ormai considerato rigido con tanto di tappeti rossi, paparazzi e tutta la carrellata di celebrità internazionali. Ma lo scorso anno, c’è stata polemica per l’assenza delle donne, di intere tipologie di cucina e per la comparsa ineludibile dei soliti sospetti. I commentatori dell’edizione di quest’anno hanno messo in guardia sul fatto che gli Awards stiano perdendo la loro rilevanza per aver escluso la generazione #MeToo. Nel frattempo, lo stesso sistema Michelin, l’originario standard di riferimento della cucina internazionale di eccellenza, sta perdendo il suo fascino ed è sempre più considerato, da chi va al ristorante, come un sistema rigido, incapace di riflettere la realtà di una ristorazione che attraversa tutte le culture senza soluzione di continuità.

Il futuro

ugly-delicious-2

Penso di poter prevedere che la cucina dei ristoranti e il mondo delle celebrità televisive, che per 20 lunghi anni hanno coinciso perfettamente, si allontaneranno rapidamente l’uno dall’altro. I vari format – lo chef che resta in piedi a spadellare la sua ricetta del giorno e il concorso fasullo, stanno entrambi tirando le cuoia, mentre i telespettatori rivolgono la loro attenzione ad altri tipi di reality show. Nel frattempo, gli amanti più accaniti del cibo migrano su Netflix e su Youtube per seguire Ugly Delicious e Samurai Gourmet. Ci saranno sempre chef in TV, come ci saranno sempre chef brillanti che lavorano in silenzio, ma i giorni dei celebrity chef con i piedi in due staffe, nemmeno fossero dei giganti impazziti, sono contati.

Traduzione a cura di Paola Porciello.

I commenti degli utenti