Pancakes giapponesi Vs pancakes americani: perché preferiamo quelli nipponici

1 ottobre 2018

Abbiamo imparato ad amarli leggendo le storie di Paperino, che ne preparava torri altissime per Qui Quo Qua. Poi abbiamo imparato a cucinarli – prima con i preparati che arrivavano direttamente dall’America e poi con ingredienti nostrani. Abbiamo iniziato a fotografarli, scatenando ondate di #foodporn sui social. Ma oggi i pancake americani, quelle gustose frittelle da servire con fiumi di sciroppo d’acero, hanno un nemico.

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In tutto il mondo, social compresi, è esplosa la mania dei pancake giapponesi, una versione più alta e soffice della tradizionale ricetta a stelle e strisce. Questa montagnetta spumosa e appetitosa ha conquistato l’attenzione dei foodies in tutto il mondo, tanto da dar vita a un pop up store a Londra, il Fuwa Fuwa. Il posto migliore dove mangiarli però rimane il Cafè and Pancake Gram di Tokyo.

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La principale differenza fra i pancake giapponesi e quelli americani sta nel separare gli albumi dai tuorli e raffreddarli. Poi vanno montati a neve fermissima, come per preparare delle meringhe, gli albumi e i tuorli vanno separati; i primi vanno poi montati a neve fermissima prima di mescolare il tutto con i rossi e gli ingredienti rimasti. Raffreddare gli albumi aiuta a mantenere compatta la pastella, in modo tale da creare una piccola torretta di impasto da cuocere. Infatti, aiutandosi con un porzionatore per gelato, si mette sulla piastra una prima palla di impasto, a cui se ne sovrapporrà una seconda. Senza la solidità dell’impasto, l’operazione sarebbe impossibile.

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I pancake giapponesi vengono serviti con i topping più stravaganti (del resto, siamo in Giappone, patria del Kit Kat al gusto di pastiglie per la tosse). Si va dal caramello salato ai popcorn, passando per banana e Nutella. L’unico neo di questo golosissimo dessert sta nei tempi di cottura. I pancake giapponesi sono così delicati che vanno cotti molto lentamente, a bassa temperatura. Il che significa che, ordinandoli, bisognerà calcolare 20 minuti di attesa, che sarà possibile occupare sorseggiando del buon tè. Per dirla con Tim Jonze, giornalista del Guardian, ciò dimostra che anche i foodies hanno un purgatorio in cui espiare i propri peccati di gola.

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